Interviste sportive

Incontro con il più forte velocista di tutti i tempi: Mark Cavendish

Il pluricampione mondiale di ciclismo ha lasciato le competizioni. Ma non la passione per la bicicletta, che occupa ancora gran parte della sua vita e i suoi piani per il futuro.

di Paco Guarnaccia

Nella foto, il ciclista britannico indossa il RM 67-02 Automatic Extraflat McLaren, orologio leggerissimo (32 grammi) con cassa in Carbon TPT.

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Soprannome? Cannonball. Vittorie? 165. Le più importanti? 35 tappe al Tour de France (record assoluto), 3 ori ai Mondiali su Pista (2005, 2008, 2016) e uno al Mondiale su strada (2011). Mark Cavendish è uno dei più grandi velocisti della storia del ciclismo. Dopo centinaia di sprint in volata, poco prima di compiere 40 anni, nel novembre del 2024 ha chiuso la sua straordinaria carriera che lo ha portato anche a diventare uno dei brand partner della casa orologiera Richard Mille.

Nato il 21 maggio 1985 a Douglas, nell’Isola di Man, in Gran Bretagna, Mark Cavendish è uno dei più grandi velocisti della storia del ciclismo, con una carriera costellata da 165 vittorie. Si è ritirato dall’attività agonistica a fine 2024.

Come sono andati i primi mesi dopo il tuo ritiro dalle corse? Sono stati più pieni di quanto mi aspettassi. Gran parte del mio tempo è dedicato a vivere esperienze che non potevo fare prima. E poi è un meraviglioso privilegio poter fare oggi anche quelle cose normali da papà e marito con la mia famiglia.

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Quali sono i tuoi piani per il futuro? Mi piacerebbe restare nel ciclismo, che amo e al quale tengo molto. Vorrei impegnarmi in attività che abbiano un impatto significativo nel convincere le persone ad andare in bicicletta: che li porti a gareggiare, a usarla come mezzo di trasporto o semplicemente per tenersi in forma e divertirsi. La bicicletta è un mezzo semplice che può essere utilizzato in tanti modi diversi per cambiare la vita di chi la usa.

Ti manca la competizione? Ho sempre avuto e sempre avrò una natura competitiva. Ma sono fortunato perché, correndo, ho ottenuto tutto ciò che avrei potuto desiderare. E anche di più. Concludere una carriera ventennale con un successo (la quinta tappa del Tour de France del 2024, ndr.), è stato il finale perfetto per quella parte della mia vita.

RM 67-02 Automatic Extraflat McLaren, modello della casa orologiera Richard Mille, a destra movimento scheletrato automatico con protezione anti urto e rotore in Carbon TPT e oro bianco. Prezzo su richiesta. 

Vai ancora in bicicletta? Sì e ci andrò per sempre. La libertà che provo semplicemente uscendo con gli amici è la stessa che provavo da bambino. Da quando mi sono ritirato ho iniziato anche a fare running e all’inizio il mio corpo urlava... Però mi aiuta a mantenermi attivo quando sono in viaggio e non posso usare la bici.

Che cosa ha rappresentato per te il ciclismo? Quando ho iniziato era uno sport piuttosto di nicchia e sono orgoglioso di quanto sia cresciuto durante la mia carriera. Ma sono l’accessibilità e la libertà che hai pedalando gli aspetti che me lo fanno amare tantissimo. Non importa da dove vieni, come usi la bici o quanti anni hai: il ciclismo ti permette di entrare in quella che, probabilmente, è la più grande comunità del mondo.

Continui a seguire le gare? Certamente. Anche uno dei miei cinque figli va matto per il ciclismo. Quindi lo guardo, che lo voglia o no... Ma mi piace perché conosco tutte le complessità e le tattiche di una gara, e questo non cambierà mai.

A che età hai capito che saresti diventato un professionista? Circa a 14 anni. Allora ho delineato il mio percorso: dove sarei dovuto arrivare a 18 anni, quali lingue avrei dovuto imparare e quanto avrei dovuto conoscere il mio corpo e la mia bicicletta. Da quel momento in poi la mia vita è stata tutta incentrata su questo obiettivo. Non è stato facile, ma mi reputo fortunato per essere riuscito a fare il lavoro che amo.

Da velocista, che sensazioni si provano a tagliare il traguardo in volata? Uno sprinter viene valutato solo per le vittorie. Quindi, l’energia che si prova quando sai che tutto il lavoro fatto, prima e durante la gara, ha portato al risultato voluto è incredibile. Ogni gara ha variabili infinite. Non è solo un corridore (o una squadra) contro l’altro, ma ci sono 180 ciclisti che vogliono vincere, con condizioni metereologiche e terreni variabili. Stabilire un piano, eseguirlo e adattare tutto quello che fai per metterti nella posizione migliore per puntare al successo è una sensazione che, quando funziona, crea davvero dipendenza.

Cavendish mentre vince in volata la quinta tappa del Tour de France 2024. In totale, il ciclista ha vinto 35 tappe della grande classica francese: un record. EPA/GUILLAUME HORCAJUELO

Che effetto ti fa essere stato il più forte velocista di tutti i tempi in uno degli sport più amati al mondo? Io credo che tutto lo sport professionistico sia una fonte di ispirazione. Lo è stato per me quando ero bambino e lo è ancora oggi. I tifosi vivono insieme a te ogni pedalata ed è bellissimo. La cosa che mi commuove di più è quando qualcuno mi dice che ha iniziato ad andare in bici guardandomi.

Vedi un tuo successore all’orizzonte? Nel ciclismo oggi ci sono atleti incredibili con storie meravigliose. Mi godrò l’opportunità di assistere e di seguire, in modo imparziale, i progressi della prossima generazione.

Che cosa significava la vittoria per te? Era vincere o niente. Raramente sono arrivato secondo o terzo. Preferivo puntare tutte le mie fiches in una vittoria. Se vincevo bene. Se non vincevo era un fallimento. Ho sempre pensato che, in tutto quello che fai, devi sempre dare il massimo.

E la velocità? Più il ciclismo diventava un lavoro, più il brivido della velocità si è in qualche modo attenuato. Lo provo ancora con le auto o le moto.

Delle tue 165 vittorie, qual è stata la più importante per te e perché? Sono tutte speciali, ma se devo sceglierne una, la più emozionante è stata l’ultima tappa del Tour de France nel 2012 sugli Champs-Élysées. All’epoca ero campione del mondo in carica ed ero guidato da Bradley Wiggins, uno dei miei amici più cari, che stava per arrivare a Parigi in maglia gialla. A livello personale è stato tutto molto speciale, ma lo è stato anche per il ciclismo della Gran Bretagna (in quell’occasione Wiggins, tra l’altro, è stato il primo britannico della storia a vincere il Tour de France, ndr.).

La tua carriera ti ha portato a diventare anche brand partner di Richard Mille. Che significato ha per te? I brand usano spesso la parola famiglia, ma devo dire che è raro che sia realmente così. Con Richard Mille lo è. A cominciare da Richard stesso, la sua famiglia, tutti quelli che lavorano per il marchio, fino a tutti i suoi ambassador, i rapporti che si instaurano sono autentici. Da atleta, si hanno tanti momenti di difficoltà e altrettanti di felicità e posso dire che il contatto e il calore che ho sentito dal marchio nei momenti difficili hanno significato per me più di quanto potrei dire a parole.

Che cosa hai pensato quando hai gareggiato con un orologio prezioso come un Richard Mille al polso? Ero orgoglioso di mostrare nel mio sport quello che un orologio Richard Mille rappresenta. Il vero valore erano i sentimenti che provavo sapendo che l’intera famiglia Richard Mille stava pedalando con me.

Come hai vissuto il tempo durante la gara? Ogni secondo conta. Quanto manca al traguardo? Quanto tempo è passato dalla partenza? Quanto tempo ci vorrà per percorrere questa distanza a questa velocità? Come posso cronometrare al meglio questo sforzo per andare in fuga al momento giusto? Sono questi i principi fondamentali del ciclismo.

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