Sviluppo sostenibile

Incentivi fiscali e infrastrutture per rilanciare riciclo e riuso

Economia circolare leva strategica e unico campo in cui l’Italia registra progressi, ma secondo l’Asvis serve un’ulteriore scossa per centrare gli obiettivi dell’Agenda Onu 2030

di Ivan Manzo

6' di lettura

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I punti chiave

  • Sdg 12
  • I rifiuti elettronici e lo spreco alimentare
  • Italia ed Europa
  • Le proposte
  • La società civile
  • Il Drs

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A soli cinque anni dalla scadenza dell’Agenda 2030 appena il 18% dei target risulta in linea con gli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite. Il cammino verso i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile - meglio conosciuti come Sdgs (Sustainable Development Goals) - resta dunque in salita: una persona su dieci vive ancora in condizioni di povertà estrema, le disuguaglianze continuano ad ampliarsi e lo stato di salute degli ecosistemi peggiora, compromesso dalle attività umane e dagli effetti della crisi climatica.

Sdg 12

In questo scenario segnato da emergenze ambientali, scarsità di risorse e crescente concentrazione del potere economico, l’economia circolare emerge come una delle leve strategiche per costruire un futuro più sostenibile. I suoi principi, racchiusi nell’Sdg 12 dedicato a “consumo e produzione responsabili”, rappresentano un pilastro dell’Agenda 2030. Sul tema, il Rapporto Asvis “L’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile” fa il punto sulla situazione nazionale, senza tralasciare la dimensione europea e globale.

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Partiamo dal contesto generale, tutt’altro che confortante. Tra il 2015 e il 2022 il consumo interno di materiali - l’ammontare totale di materiali estratti, importati e utilizzati - è cresciuto di circa il 23%, raggiungendo le 113,6 miliardi di tonnellate e superando il ritmo di crescita della popolazione. Nello stesso periodo il consumo pro capite è aumentato del 14,8%, passando da 12,4 a 14,2 tonnellate per persona.

I rifiuti elettronici e lo spreco alimentare

Per quanto riguarda il comparto dei rifiuti elettronici, nel 2022 circa 96 miliardi di chilogrammi di apparecchiature elettriche ed elettroniche sono stati immessi sul mercato globale, un incremento del 50% rispetto al 2010. La conseguenza è stata un aumento record degli e-waste (rifiuti elettronici), saliti ora a 62 miliardi di chilogrammi, pari a 7,8 chilogrammi pro capite, con una previsione di crescita fino a 82 miliardi di chilogrammi nel 2030. Nel 2022 solo il 22,3% dei rifiuti elettronici prodotti è stato raccolto e trattato in modo sostenibile.

A questo quadro, già caratterizzato da grandi contraddizioni, se ne aggiunge un’altra: lo spreco alimentare. Ogni giorno le famiglie scartano cibo a sufficienza a garantire oltre un miliardo di pasti, mentre una persona su undici nel mondo soffre la fame e una su tre non può permettersi una dieta sana. Tutto ciò mette a repentaglio anche la salute degli ecosistemi: lo spreco genera tra l’8% e il 10% delle emissioni globali di gas serra, senza dimenticare gli impatti negativi sulla biodiversità. Il costo dello spreco alimentare è stimato in oltre mille miliardi di dollari all’anno.

Italia ed Europa

Il Rapporto Asvis elabora una serie di indici per misurare i progressi di Europa e Italia verso lo sviluppo sostenibile. Per l’Sdg 12, l’indice mostra un avanzamento lento a livello europeo, principalmente a causa della stabilità di tre indicatori chiave: consumo di materiale interno pro capite, circolarità della materia e produzione di rifiuti urbani pro capite. Al contrario, si registrano incrementi significativi per il tasso di riciclo e la produttività delle risorse (rapporto tra Pil e consumo di materiale interno).

Le differenze tra gli Stati membri restano ampie. Tra il 2010 e il 2024, solo Romania e Svezia sono peggiorate, mentre Finlandia, Romania e Bulgaria continuano a occupare le posizioni più basse nella classifica europea sull’economia circolare. Tra i quindici Paesi che hanno migliorato le proprie performance, Slovacchia e Italia evidenziano i progressi più significativi. Nel 2024, solo l’Olanda ha fatto meglio dell’Italia in tema di circolarità.

In generale, i dati diffusi dall’Asvis descrivono un’Italia lontana dal raggiungimento dell’Agenda 2030. Per fare qualche esempio, rispetto al 2010 l’Italia peggiora in sei Sdgs: sconfiggere la povertà; garantire acqua pulita e servizi igienico-sanitari; ridurre le disuguaglianze; tutelare la vita sulla terra; promuovere pace, giustizia e istituzioni solide; e rafforzare le partnership per lo sviluppo.

L’unico progresso realmente significativo è stato registrato proprio nel campo dell’economia circolare. Un settore virtuoso, divenuto ormai uno dei punti di forza del Paese grazie a un percorso di miglioramento costante. Tra i risultati più rilevanti spiccano la crescita della quota di raccolta differenziata dei rifiuti urbani (+31,3 punti percentuali), l’aumento della circolarità della materia (+9,2 punti) e l’incremento del tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani (+22,3 punti percentuali tra il 2010 e il 2022).

Alcuni ambiti, tuttavia, se confrontati con gli obiettivi prefissati mostrano un andamento altalenante. È il caso del target Ue che pone al 30% l’utilizzo circolare dei materiali - oggi l’Italia è a poco più del 20% -, e dell’obiettivo al 2030 del meno 20% della quota di rifiuti urbani prodotti pro capite: nel 2023 ogni abitante ha generato in media 496 chilogrammi di rifiuti, solo il 7,3% in meno rispetto al valore di riferimento del 2010.

La situazione migliora invece sul fronte del riciclo dei rifiuti urbani: con il 53,3% già avviato al riciclo, l’Italia è sulla buona strada per raggiungere il target del 60 per cento.

Le proposte

Sebbene il settore rappresenti uno dei punti di forza del nostro Paese, non è il momento di abbassare la guardia. Anche perché la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di materiali resta elevata: nel 2023 quasi la metà delle risorse utilizzate proveniva dall’estero. Accelerare sulla circolarità non è quindi solo una scelta di matrice ambientale, ma una strategia per rafforzare la competitività del made in Italy, soprattutto in un contesto internazionale segnato da conflitti e da crescenti tensioni, che sempre più spesso vede proprio le materie prime essere motivo di scontro. È dunque necessario rilanciare sulle politiche legate all’economia circolare.

Per esempio, non va sottovalutata l’importanza della fase di progettazione dei beni prodotti, che devono diventare durevoli, riparabili e riutilizzabili. Anche perché in Italia il mercato delle materie prime seconde (cioè recuperate) stenta a decollare, e mancano strumenti per misurare i reali progressi della loro circolarità. Per superare questi ostacoli, le scelte sostenibili devono diventare più convenienti, anche grazie a leve fiscali che premiano sia chi riduce gli sprechi e sia chi introduce criteri di sostenibilità, compreso nel settore degli appalti pubblici.

A tal proposito il Rapporto Asvis ha individuato una serie di priorità. Tra queste la definizione di una strategia industriale nazionale capace di mettere a sistema le diverse iniziative politiche, oggi frammentate, con l’obiettivo di orientare il tessuto produttivo verso il modello di Industria 5.0 e della transizione energetica. L’Asvis sottolinea inoltre la necessità di investire nelle energie rinnovabili e nell’intelligenza artificiale, e di potenziare la rete di infrastrutture per il riciclo in tutte le regioni, in modo da colmare il divario con le aree più avanzate nella raccolta differenziata che in alcuni casi hanno raggiunto livelli vicini al 90 per cento.

Sul piano normativo l’attenzione è rivolta alle direttive europee, come la Corporate sustainability reporting directive (Csrd), la normativa sul contrasto al greenwashing e la Corporate sustainability due diligence directive (Csddd). Si tratta di provvedimenti che impongono una maggiore trasparenza alle imprese, anche in termini di impatti sociali e ambientali. Su questo, l’Asvis sottolinea che attraverso la semplificazione del Pacchetto Omnibus il governo non deve commettere l’errore di indebolire gli impegni di sostenibilità assunti nel corso degli ultimi anni dalle imprese.

La società civile

L’attenzione è poi rivolta alla società civile. Consumatori informati, consapevoli e dotati degli strumenti necessari per fare scelte di acquisto più sostenibili e responsabili, sono in grado di premiare le aziende più virtuose, stimolandone altre a innovarsi e a migliorarsi continuamente, anche per non rischiare di perdere la propria competitività. Un ruolo fondamentale in questo processo di sensibilizzazione è svolto dal mondo della distribuzione: è necessario agire sia sulle scelte di acquisto e consumo dei cittadini, sia sull’offerta di supermercati, ristoranti e servizi di ristorazione, coinvolgendo anche le associazioni dei consumatori. Solo così i diversi attori possono collaborare efficacemente verso obiettivi comuni, come la riduzione dei rifiuti alimentari. Al fine di valorizzare le azioni di imprese, enti, e cittadine e cittadini, occorre misurare lo spreco lungo tutta la filiera, e non solo a livello di “ultimo consumo”.

Il Drs

Infine, l’Italia, che è tra i maggiori responsabili in Ue dello sversamento di rifiuti plastici in mare, ha bisogno di un sistema di deposito cauzionale (Deposit Return System, Drs). Secondo le ultime stime ogni anno oltre otto miliardi di contenitori per bevande sfuggono ai circuiti del riciclo, generando perdite economiche e danni ambientali significativi. L’introduzione del Drs avrebbe un impatto immediato: permetterebbe di ridurre la dispersione dei rifiuti plastici fino all’80%, contribuendo così al raggiungimento degli obiettivi Ue e garantendo una maggiore disponibilità di risorse, anche economiche. Una misura tanto semplice quanto incisiva.

Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis)

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