Le manifestazioni di odio contro le donne non si fermano neanche dinnanzi ai femminicidi, anzi la rilevazione mostra dei picchi proprio in corrispondenza con i delitti. Ad esempio guardiamo all'8 aprile scorso quando a Napoli e Messina due uomini uccidono le loro compagne, portando il numero dei femminicidi avvenuti da inizio 2019 a 13. I tweet, nell'occasione, superano i 750. Altro picco il 6 maggio, quando si arriva a quota 1.350. Stavolta vicino Roma, durante una lite, un uomo ha ucciso la moglie con un colto di pistola. È il terzo femminicidio in tre giorni. «È il terzo anno di seguito che accertiamo un aumento dei tweet negativi in corrispondenza con i femminicidi. È acclarato da interpretazioni di psicologi e sociologi – commenta Silvia Brena, giornalista fondatrice di Vox Diritti - che i discorsi di odio on line di fatto sdoganano per alcune categorie border line il fatto criminoso. È come se si sentissero legittimati dal microclima negativo». Le donne, come gli omosessuali, sono maggiormente colpite anche in occasione di eventi locali o internazionali forieri di polemiche, come il Convegno delle famiglie di Verona o le diatribe sulle famiglie arcobaleno.
Il contenuto dei tweet
«Ha due guanciotte giuste da riempire di schiaffoni», «Da un nero ti devi trafiggere», «questa vuole i migranti per altri motivi personali», «fatti curare deficiente, spero che tutto ciò ti si ritorcerà contro», «sembri un cesso plastificato», «ti stupriamo». Cosa sono? Sono alcuni degli insulti rivolti a Michela Murgia. Li citiamo perché in quasi tutti casi i toni sono i medesimi. L’abbigliamento considerato provocante o comportamenti che un codice machista bolla come istigatori scatenano l'odio via social. Le parole più usate per offendere sono tutte a sfondo sessuale, da “troia” a “puttana” a “cagna”, e via così senza risparmiare gli insulti più triviali e gravi assieme. Parole che gli uomini che odiano le donne usano per cercare di colpire in maniera più violenta possibile. Sì perché di vera e propria violenza contro le donne, seppur verbale, si tratta. Secondo Vittorio Lingiardi, professore ordinario di Psicologia Dinamica all'Università La Sapienza di Roma, l'odiatore oggi ha pure un connotato in più, cioè l’orgoglio delle sue azioni: «Ha il petto in fuori e rivendica la ribalta. Non si sente più solo, ma legittimato. Si tratta di un cambiamento radicale e preoccupante».
Dove si concentra l'odio verso le donne A guidare la classifica dei luoghi dove più si manifesta l’odio via social contro le donne ci sono soprattutto le grandi città. La misoginia si concentra in particolare a Milano, Napoli Firenze e Bologna. Manca, tra i grandi centri, Roma che invece si connota per uno spiccato antisemitismo. La mappatura di Vox consente l'estrazione e la geolocalizzazione dei tweet che contengono parole giudicate sensibili e mira a identificare le zone dove l'intolleranza è maggiormente diffusa, dividendoli in sei gruppi: donne, omosessuali, migranti, diversamente abili, ebrei e musulmani. Il progetto ideato da Vox-Osservatorio italiano sui diritti è in collaborazione con l'Università Statale di Milano, l'università di Bari, La Sapienza di Roma e il dipartimento di sociologia dell'università Cattolica di Miano.
Cosa si può fare
Di fronte a uno scenario per nulla confortante appare necessario agire con qualche forma di auto-regolamentazione da parte degli stessi social. Soprattutto, ritengono gli esperti di Vox, da parte di Facebook che qualcosa sta facendo “ma è ancora poco, a nostro giudizio”. Un secondo aspetto, fondamentale, su cui lavorare è quella della prevenzione, a partire dalle scuole dove educare i ragazzi al linguaggio dell'inclusione. Sul fronte delle autorità regolatorie italiane, un segnale positivo si è registrato l'8 giugno quando l'Agcom, Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha approvato il regolamento per contrastare l'hate speech. La novità più rilevante consiste proprio nelle nuove competenze dell'Autorità sul web e sui social. «Si tratta – commenta Mario Morcellini, commissario dell'Agcom nonché consigliere alla Comunicazione della Sapienza - di un testo molto importante che arricchisce la nostra cassetta degli attrezzi nella prevenzione alla discriminazione e al dilagare dei discorsi d'odio. Seppur si tratti di misure soft, è importante sottolineare che i fornitori di piattaforme per la condivisione di video hanno l'obbligo di trasmettere all'Autorità un report trimestrale sul monitoraggio effettuato per l'individuazione dei contenuti d'odio on line, con l'indicazione anche delle modalità operative e dei sistemi di verifica utilizzati. Gli stessi dovranno prevedere campagne di sensibilizzazione o altre iniziative aventi ad oggetto l'inclusione e la coesione sociale, la promozione della diversità, i diritti fondamentali della persona al fine di prevenire e combattere fenomeni di discriminazione on line». E conclude: «Potevamo certo attendere i tempi ordinari e fisiologici della legge nazionale, ma abbiamo deciso di dare un segnale a tutti gli utenti della rete troppo spesso sguarniti di qualsiasi protezione».