In roulotte con Goethe
Finché la prudenza davanti al contagio ci suggerirà di mantenerci perlopiù all'interno dei confini nazionali, i nostri migliori accompagnatori saranno quei libri che raccontano un tempo in cui il percorrere su e giù la Penisola era considerato, in tutta Europa, il non plus ultra delle esperienze formative. Ed ecco allora un tour nelle opere dedicate al Grand Tour in cui, con la guida di Montaigne, Byron e Leprince, anche gli snob scopriranno che non c'è niente di male nell'essere “turisti”
di Francesco Guglieri
4' di lettura
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Chissà per quanto tempo ancora i libri di viaggio saranno l'inevitabile metadone per l'astinenza da viaggio reale imposta dalla paura del contagio. Leggeremo le guide di viaggio come romanzi? Le Routard, con il loro sapore un po' fricchettone, sostituiranno il Jack Kerouac di Sulla strada? Le Lonely Planet verranno candidate allo Strega e le Guide Rosse del Touring saranno i nostri Meridiani? Chissà. Eppure se c'è stato un desiderio che ha mosso i viaggiatori di ogni tempo è proprio quello del contagio. Certo, un contagio di tutt'altro tipo e assolutamente benefico: quello delle idee, delle immagini, dei paesaggi e delle usanze di luoghi lontani. Quello che spalanca gli orizzonti, non quello che li serra tra le pareti del lockdown. E c'è stato un tempo, un tempo tutt'altro che breve, in cui l'Italia era – anche qui – il focolaio d'Europa di questo benefico contagio.
Verso la fine del Seicento si consolida l'abitudine di un viaggio, un Tour, dei rampolli dell'aristocrazia inglese o del Nord Europa nell'Europa meridionale, e in particolare in Italia. Intrapreso perlopiù tra i 16 e 22 anni, con l'accompagnamento di un tutore e di un numero variabile di servitori, il viaggio durava anche tre anni: alla faccia del turismo mordi e fuggi. E del resto il Grand Tour non era una vacanza, ma un vero e proprio viaggio di formazione, l'immersione nell'ambiente e nelle atmosfere del mondo classico e rinascimentale, per poi riemergerne pronti per assumere responsabilità di governo. O malati di sifilide.
A proposito di malanni, non si può iniziare questo piccolo tour tra i libri del Grand Tour senza partire da quello che in senso stretto non era ancora Grand Tour (siamo infatti tra il settembre 1580 e il novembre 1581), ma di certo ne è una delle testimonianze più godibili: quello di Montaigne. Il suo Giornale del viaggio in Italia attraverso la Svizzera e la Germania è particolare anche perché accanto alle osservazioni sul paesaggio e i costumi degli italiani (indimenticabili e attualissime quelle su Roma: «È una città tutta corte e nobiltà: ognuno partecipa a suo modo dell'ozio ecclesiastico») ci sono anche molti dettagli, diciamo così, igienico-sanitari.
Montaigne soffriva di calcoli, e il viaggio era anche un'occasione per visitare stazioni termali, bagni, sorgenti: ne viene fuori così anche un particolarissimo “diario delle acque”, dove annotava colore, sapore, salinità delle acque e natura e condizioni delle sue evacuazioni. Ma, insomma, malanni a parte, il Grand Tour ha prodotto anche una serie ricchissima di libri: non paghi di visitare «la terra dove fioriscono i limoni», i viaggiatori tenevano diari che trovavano spesso la via della pubblicazione, soprattutto quando il visitatore non era un giovanotto qualunque, ma addirittura il più grande scrittore tedesco di sempre.
Goethe è, infatti, l'autore di quello che si può facilmente ritenere il libro più importante di questo “genere”: del resto il suo Viaggio in Italia sono 700 pagine complessive in tre tomi densissimi di incontri, divagazioni, resoconti. Il suo viaggio tocca anche la Sicilia, tappa non scontata all'epoca: raggiungerla non era facile e scarse erano le sue “strutture ricettive”. Eppure Goethe ne resta incantato: «L'Italia, senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto».











