In memoria delle nostre memorie
Con un racconto inedito dello scrittore friulano, scritto per “IL”, entriamo al Global Cloud Data Center IT3 di Aruba, il data center campus più grande d’Italia
di Tullio Avoledo
4' di lettura
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Un tempo non avrei provato curiosità, nel vedere il fantasma.
Un tempo, figure come la sua percorrevano ogni giorno questi corridoi a specchio, entravano e uscivano dalle stanze a temperatura costante, con un fruscio di porte stagne e di camici bianchi, con rumore di passi e conversazioni ovattate, perché questi sotterranei ricordano un antico luogo di culto. E in un certo senso lo sono. Gli architetti e gli ingegneri che li hanno progettati badavano al sodo, a razionalizzare lo spazio, a garantirne la conservazione nel tempo. Non avevano gli stessi intenti dei costruttori delle cattedrali o delle grandi moschee. Eppure forse persino Sinan avrebbe ammirato l'eleganza delle soluzioni, la resistenza dei materiali, l'autosufficienza energetica della struttura, che le ha consentito di mantenersi in perfetta efficienza sino a oggi, e chissà fino a quando nel futuro. La manutenzione e la pulizia vengono fatte da silenziosi robot non più grandi di una mano. L'energia elettrica è assicurata da un fiume che nel corso dei secoli non è mai venuto meno e, anzi, ha aumentato la sua portata, quando l'agricoltura e le città hanno smesso di drenarlo. L'energia certo non difetta. Anzi, è in eccesso. Quella inutile al Centro viene dispersa sotto forma di raggio luminoso puntato verso il cielo.
Anche se non le ho mai viste, so che ci sono migliaia di strutture come questa, da ognuna delle quali sale di notte una colonna di luce. Visto dall'alto dev'essere uno spettacolo incredibile.
Il fantasma passa da una stanza all'altra, si riflette nell'onice nero delle pareti, sui cristalli che proteggono i banchi di memoria. Un tempo gli esseri umani erano fatti come lui. Non uguali a lui, no, non dico questo. Avevano corpi e volti diversi l'uno dall'altro, che a loro volta cambiavano nel tempo, a causa di fattori chiamati malattie e invecchiamento.
Mi chiedo quanto in alto arrivino, le colonne di luce. Sicuramente più in alto del canto delle megattere alla Luna, più in alto dei richiami degli allosauri che si muovono nella foresta. Sono fari per naviganti che non esistono più. L'umanità vera – l'umanità che respira, e dorme, e ha bisogno di cibo – viaggia dispersa fra le stelle. Eppure la Terra è ancora la sua casa. Nei banchi di memoria di questo Centro, e degli altri sparsi sui nove continenti, ogni essere umano nato dall'Era del Collasso in poi è conservato per l'eternità. E con gli umani è immagazzinata la loro scienza, e l'arte, e ogni cosa che sia stata da loro immaginata o inventata. Ogni loro azione, e pensiero, e sogno, ogni istante di ciò che sono stati, vive per l'eternità. Quel pannello nero su cui il fantasma ora posa la mano contiene la vita di Aleksandr Romanovič Lurija. Se poteste vedere come vedo io, lo vedreste discutere con un poeta chiamato Esenin. Siedono in una suite dell'Hotel Angleterre a San Pietroburgo, il 24 dicembre 1925. La neve fuori dalle finestre scende lenta. I due sono costrutti artificiali, ipotetici. Eppure sembrano vivi proprio come le persone digitalizzate dalla nascita, possono interagire con loro, e fra loro. Comporre nuovi versi. Elaborare nuove idee.
È cominciato coi Mormoni, che comprarono da governi e istituzioni i dati di nascita di ogni persona registrata sulla Terra, per conservarli in tre data center sotto il deserto dello Utah. Volevano battezzare i vivi e i morti. E poi venne l'HGP, il Progetto Genoma Umano. E dopo ancora l'era dei Big Data. Se un tempo gli esseri umani credevano nell'anima, ora cominciavano a pensare di non essere che un complesso di informazioni, memorizzabili per l'eternità. I costi di stoccaggio dei dati scesero a vista d'occhio. Allora…








