Market Mover

Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo oradal nostro corrispondente Alberto Magnani
3' di lettura
3' di lettura
NAIROBI - La crisi iraniana ha rimesso in luce la dipendenza dalle importazioni energetiche del Kenya, l’hub economico sospeso fra accelerazioni sulle rinnovabili e vulnerabilità nel fabbisogno di idrocarburi. C’è chi ha capitalizzato la finestra meglio, o più in fretta, di altri.
Un’inchiesta del quotidiano keniota Business Daily ha evidenziato il sorpasso dell’Arabia Saudita sugli Emirati arabi uniti nelle esportazioni petrolifere alla volta del Kenya, con volumi pari all’equivalente di 668,5 milioni di euro nel periodo fra marzo e maggio dell’anno in corso: una cifra già pari a oltre il doppio rispetto all’equivalente di 281,87 milioni di euro contabilizzati dagli emiratini nello stesso lasso di tempo. Il sorpasso di Riad è dovuto alla deviazione di una quota significativa di barili dallo stretto di Hormuz alla East-West Pipeline, l’oleodotto da 1.200 chilometri che apre un canale preferenziale sul Mar Rosso al greggio saudita e aggira la paralisi commerciale sulla vecchia rotta di Hormuz.
L’accelerazione saudita sul Kenya offre uno sguardo sulla rivalità fra Riad e Abu Dhabi nell’Africa orientale, uno dei diversi teatri della competizione e dei conflitti fra in due pilastri del Consiglio di cooperazione del Golfo. Ma ne apre uno anche più ampio su fragilità e potenzialità del Kenya come hub regionale quando si tocca il capitolo, delicato, della sua dimensione energetica. Le vulnerabilità sono quelle accentuate dal caos iraniano: la dipendenza dall’acquisto di idrocarburi sul mercato internazionale e la zavorra che ne deriva sulle finanze pubbliche. Il Kenya si è ritrovato solo a maggio con una “bolletta” record pari all’equivalente di 820 milioni di euro in importazioni, appesantendo un bilancio già precario e un debito proiettato oltre il 71% in rapporto al Pil nel 2026: un dislivello di almeno 16 punti percentuali rispetto alla soglia del 55% indicata nel Finance Management Amendment Act del 2023.
Il potenziale è implicito a due direzioni diverse intraprese dallo stesso governo keniota. La prima è quella più nota, l’impulso green su energie rinnovabili che già oggi rappresentano l’origine del 90% dell’elettricità consumata in un Paese da quasi 59 milioni di abitanti. La seconda si muove in un orizzonte opposto, quello delle fonti fossili. Il Kenya sta rinsaldando la sua proiezione come snodo i flussi di petrolio e gas come sede di infrastrutture destinate ai flussi energetiche fra l’Africa orientale, Golfo e Oceano Indiano. Una è il Lamu Port-South Sudan Ethiopia Transport Corridor o Lappset, un progetto ibrido che dovrebbe collegare via strade e oledotto il porto di Lamu a Etiopia e Sud Sudan.
L’altro è il disegno di una maxi-raffineria nella stessa Lamu: il progetto da 17 miliardi di dollari del magnate nigeriano Aliko Dangote per replicare l’impianto già avviato a Lagos nel 2024. L’uno e l’altro spianano la strada ad ambizioni regionali già espresse su scala diplomatica, ma devono fronteggiare le insidie delle ricadute ambientali, dei margini effettivi di realizzazione e della stabilità del sistema keniota. Il Paese tornerà alle urne nel 2027, in un clima di tensione arroventato dalle proteste del 2o24 e fra campanelli d’allarme sulla salute della sua economia, come le trattative appena riavviate da Nairobi con il Fondo monetario internazionale. Un segnalo in più su quello che potrebbe funzionare, o meno, sulla rotta della crescita economica e politica di Nairobi.