Imprese e ambiente tra costi e opportunità
La chiave è trasformare l’obbligo normativo in una leva di gestione
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I punti chiave
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La vecchia diatriba se la sostenibilità, e ancor prima l’attenzione delle aziende verso l’ambiente, sia un’opportunità o un costo è un tema che è risalito plasticamente all’attenzione del pubblico per effetto delle recenti normative sul Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) che ben si incardinano sulla scia delle continue affermazioni negazioniste provenienti da oltre oceano. È abbastanza chiaro che la percezione comune del quesito pende in maniera rilevante in favore del costo (percepito come tassa), piuttosto che dell’opportunità soprattutto in un momento di forti tensioni geopolitiche.
Il caso del Cbam
Si può certamente discutere sulla qualità delle nuove normative e sui nuovi obblighi che da queste vengono imposti alle aziende. Se vogliamo però avere un approccio equilibrato e responsabile all’argomento dobbiamo tener conto di alcuni aspetti. In primo luogo le normative vanno analizzate. Ad esempio il Cbam, reso operativo nelle ultime settimane e subito oggetto di intensi dibattiti, prevede per quest’anno un costo pari solo al 2,5% del valore pieno dei certificati da acquistare per le emissioni di CO₂ incorporate nelle merci importate — una quota destinata a crescere progressivamente fino al 100% nel 2034 – consentendo quindi alle aziende di avere tempo per ottimizzare i costi e adeguarsi; inoltre, visto l’arco temporale a disposizione, è anche possibile immaginare di promuovere miglioramenti. In secondo luogo le normative europee sul cambiamento climatico non sono fini a se stesse ma contribuiscono al raggiungimento di un obiettivo di riduzione delle emissioni, per cui andrebbero viste nel loro complesso. In terzo luogo le stesse normative sono ispirate da una visione in cui la lotta al cambiamento climatico diventa, presto o tardi, un obiettivo e una priorità a livello globale. Pertanto questo ruolo di “risolutore del problema” che l’Unione Europea si è attribuito (e sta svolgendo) potrebbe creare, se ben gestito, le basi per un vantaggio competitivo a livello tecnologico per le imprese europee destinato a ripercuotersi positivamente nel loro percorso di sviluppo.
Il quesito irrisolto
Queste considerazioni ci riportano al tema principale, ossia se desideriamo realmente, a livello politico, lavorare nella direzione della mitigazione degli impatti ambientali e, in parallelo, dell’adattamento climatico. La consapevolezza dei vari stakeholder sociali su questi aspetti sta crescendo per cui l’esigenza di combattere le cause (emissioni) e non semplicemente gli effetti (deterioramento del territorio) sta diventando un elemento acquisito. Ma il quesito ancora irrisolto è: la mitigazione delle emissioni di carbonio è un tema degno di rilevanza e di responsabilità per le attuali generazioni? Oppure è una tassa da lasciare ai nostri figli?
È il quesito che molte aziende si sono poste e che le ha portate a farsi carico di questo problema. E non per un fatto puramente sociale o filantropico, ma di pura convenienza; perché è vero che gli sforzi verso la riduzione delle emissioni di carbonio rappresentano un investimento in alcuni casi importante per un’azienda, ma è anche vero che questi sforzi sono al contempo una grande opportunità per la revisione del modello di business dell’azienda e del suo posizionamento competitivo. Per un numero crescente di imprenditori la “sfida del carbonio” è diventata, quindi, lo stimolo per proiettare con maggior successo l’azienda nel futuro. Sempre portando l’esempio del Cbam secondo le simulazioni di iSustainability, un’azienda che importa 1.000 tonnellate di acciaio all’anno può arrivare a sostenere, a regime, fino a oltre 200mila euro annui per i certificati se utilizza i valori standard previsti dalla normativa europea. Raccogliendo e utilizzando dati reali sulle emissioni, lo stesso costo scende a circa 160mila euro, con un risparmio di 48mila euro ogni anno, a parità di volumi importati. Su importazioni di dimensioni maggiori, questo differenziale cresce rapidamente, traducendosi in centinaia di migliaia di euro di extracosti evitabili per le imprese medio-grandi. A questi si aggiunge un ulteriore livello di rischio legato alla non conformità: il regolamento Cbam prevede infatti sanzioni fino a 500 euro per tonnellata di CO₂, in base alla gravità della violazione: dalla dichiarazione incompleta fino all’importazione senza autorizzazione. Secondo le nostre stime per i grandi gruppi industriali l’esposizione complessiva - tra extracosti e sanzioni - può arrivare nell’ordine del milione di euro. L’unico modo per evitare che il Cbam diventi un fattore di perdita di competitività è governare il meccanismo in modo proattivo, trasformando l’obbligo normativo in una leva di gestione. La vera discriminante non sarà tra chi paga e chi non paga, ma tra chi è in grado di documentare, pianificare e ottimizzare, e chi invece subirà il sistema. Un percorso che, se avviato nel 2026, può fare la differenza nei prossimi anni.
Ceo iSustainability


