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di Giuliano Noci
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La Lombardia modello da imitare a livello nazionale per la semplificazione delle autorizzazioni sugli impianti di biometano. Ne è convinto il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, che lo ha detto in più occasioni pubbliche: «Per aumentare la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili, la vera sfida è che le istituzioni ci aiutino dal punto di vista burocratico: in Lombardia per esempio ci siamo riusciti».
Già oggi la regione ospita un terzo degli impianti nazionali di biometano, che producono cioè gas a partire dai sottoprodotti agricoli o dagli escrementi animali. Con la semplificazione normativa voluta dall’assessore all’Ambiente della Lombardia, Giorgio Maione, non sarà più necessario richiedere alcuna autorizzazione ambientale per trasformare un impianto a biogas in un più moderno impianto a biometano, accorciando così i tempi. «Sul territorio regionale - si legge in una nota dell’assessorato all’Ambiente - sono in fase di progettazione e realizzazione numerosi impianti finalizzati alla conversione del biogas prodotto dalla digestione anaerobia di matrice organica in biometano destinato a essere immesso in rete al pari del gas metano fossile».
Il settore del biogas italiano, ricorda la Coldiretti, conta su più di 1.500 impianti, per una potenza installata di più di 1.200 MW con un coefficiente di produzione particolarmente elevato (almeno l’80% delle ore annue), consentendo investimenti pari a circa 4 miliardi di euro. Grazie agli impianti di biogas le imprese agro-zootecniche completano il proprio ciclo produttivo, valorizzando i residui aziendali.
Sempre nell’ottica dell’economia circolare, la Regione Lombardia ha approvato anche una delibera per la valorizzazione degli sfalci e delle potature, sottoprodotti sia dell’agricoltura sia della manutenzione del verde pubblico. «La delibera - spiega Prandini - consente di fare finalmente chiarezza sulla possibilità di riutilizzare sfalci e potature prima di considerarli rifiuti. Questo intervento permette alle imprese agricole, florovivaistiche e della manutenzione del verde di considerare gli sfalci come sottoprodotti e, in quanto tali, di reimpiegarli per migliorare le stesse aree verdi, per le normali pratiche agricole come la fertilizzazione dei suoli, per la produzione di biogas e biometano o per lo sviluppo di filiere innovative legate alla valorizzazione del materiale vegetale, come quella del riuso del legno urbano».
Riutilizzando gli sfalci e le potature, le amministrazioni comunali possono anche risparmiare sulle spese: secondo uno studio di Coldiretti-Assofloro il costo per lo smaltimento degli sfalci presso i centri autorizzati varia, a seconda delle diverse zone d’Italia, dai 30-35 euro alla tonnellata per i materiali legnosi fino ai 60-120 euro alla tonnellata per l’erba e le ramaglie, cui va aggiunto un aumento complessivo del 20-25% dei costi dei lavori.