Perché arrivano pochi laureati
Nel 2024 la quota di persone nate all’estero rispetto alla popolazione residente in Italia era inferiore a quella delle principali economie dell’area euro: 11,4% contro il 17,4% nella media di Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Ma il dato preoccupante è un altro: solo il 14,8% dei nati all’estero era laureato, contro il 36,3% della Francia, il 29,8% della Germania, il 40,6% dei Paesi Bassi e il 29,2% della Spagna. Perché? Il primo motivo, secondo la Banca d’Italia, è «lo scarso dinamismo dell’economia». Inoltre «le attuali politiche migratorie favoriscono i ricongiungimenti familiari più che gli ingressi per motivi di lavoro». Infine, «la complessità del quadro normativo che risale agli anni ’90 e la frammentazione delle responsabilità tra le diverse amministrazioni scoraggia ulteriormente l’ingresso di lavoratori stranieri». Perdiamo i nostri laureati e non riusciamo ad attrarne dall’estero. Secondo Bankitalia «vi sono ancora margini per rendere l’Italia più attrattiva per i lavoratori stranieri con competenze elevate» facilitando il riconoscimento dei titoli di studio e professionali ottenuti all’estero e rafforzando le politiche di integrazione.
Nuove vie per ingressi regolari
L’enfasi sul tema immigrazione guarda da mesi ai centri in Albania. Ma si tratta di numeri meno che simbolici. In realtà si lavora anche su altri fronti. Due modifiche (nel 2023 e nel 2024) al Testo unico sull’immigrazione hanno previsto nuove possibilità per entrare e restare in Italia, anche al di fuori dell’inefficace sistema delle quote, per i lavoratori che hanno completato un percorso di formazione. È il caso degli studenti stranieri, che possono ora convertire il permesso di soggiorno per motivi di studio in quello per lavoro, e di chi sostiene nei paesi di origine corsi di lingua e di qualificazione professionale finanziati dalle regioni italiane e dalle associazioni datoriali. Sono segnali ma per diventare un cambio di rotta attendono conferme, anche statistiche.
Il caso spagnolo
Una recente analisi del Ministero dell’Inclusione, della Sicurezza Sociale e delle Migrazioni spagnolo ha messo in luce significativi divari salariali nel Paese iberico tra lavoratori nativi e immigrati. In particolare, i salari medi degli stranieri provenienti dalle Americhe risultano inferiori del 37% rispetto a quelli degli spagnoli; per i lavoratori africani la forbice si attesta al 34%, mentre per gli europei scende al 17%. Le disuguaglianze salariali si amplificano ulteriormente per le donne straniere, evidenziando una doppia discriminante di genere e nazionalità.
Dal punto di vista occupazionale, il rapporto evidenzia tassi di impiego più bassi per la popolazione immigrata rispetto ai cittadini autoctoni. L’ultima indagine sulla forza lavoro (INE) di fine 2023 segnala un tasso di disoccupazione del 15% tra gli uomini immigrati extra-UE, a fronte del 10% registrato per i lavoratori spagnoli e dell’11% per i cittadini europei. Le differenze risultano ancora più marcate per le donne, confermando le criticità strutturali che interessano l’integrazione lavorativa degli immigrati in Spagna, influenzata da un complesso intreccio di fattori economici, sociali e di genere.
L’alert arriva anche da Bruxelles
E’ la prova che la questione esiste e non ha solo una valenza umanitaria ma è anche economica: occupazione vuol dire anche più entrate fiscali e un contributo positivo ai conti previdenziali. L’argomento preoccupa anche la Commissione europea che vede nella carenza di manodopera un serio rischio per la crescita dell’economia italiana. «In particolare, nei settori dell’agricoltura e della sanità, la scarsità è ancora più acuta dati i profili di competenze richiesti» afferma il Country report pubblicato il 4 giugno. La ricetta non si discosta da quella suggerita dalla Banca d’Italia: «ricorso a flussi migratori regolari, supportati dall’integrazione sociale e dal riconoscimento o dall’aggiornamento delle competenze» con «l’ampliamento delle quote del Decreto Flussi per imprenditori, lavoratori di start-up e lavoratori altamente qualificati in settori strategici, utilizzando la Carta Blu Ue e semplificando il riconoscimento dei titoli di studio dei cittadini extra-Ue».