Politiche di integrazione

Immigrazione e declino demografico: Bankitalia propone lo ius scholae per l’integrazione

Nella relazione annuale la banca centrale sottolinea la crescente scarsità di lavoratori e gli effetti negativi sull’economia italiana. Una risposta può arrivare dal ricorso agli immigrati rafforzando le politiche di integrazione per attrarre anche profili qualificati

di Giuseppe Chiellino

5' di lettura

5' di lettura

Questa è la storia di un paradosso. Di un problema, il declino demografico, e di una opportunità, l’immigrazione, che potrebbe avvicinare la soluzione ma che per miopia collettiva è stato trasformato in un altro problema. Non c’entrano gli schieramenti politici, la collocazione geografica o culturale. È una responsabilità condivisa.

Il tema resta un tabù nel dibattito pubblico. Se ne discute, per lo più in chiave demagogica, per gli aspetti legati alla sicurezza. Eppure, la situazione è ben nota non solo ai demografi, al mondo accademico, a quello imprenditoriale e ai sindacati, ma anche alle istituzioni economiche e politiche. Nelle ultime settimane ne hanno parlato Banca d’Italia, Commissione europea e ovviamente Istat.

Loading...

Nelle considerazioni finali il governatore Fabio Panetta (che già aveva affrontato il tema lo scorso anno) ha affermato senza perifrasi: «L’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità sono destinati a incidere profondamente sul potenziale di crescita dell’economia italiana». Con il Paese in declino demografico, secondo l’Istat entro il 2040 mancheranno 5 milioni di lavoratori. Banca d’Italia, che all’argomento dedica un lungo focus nella relazione annuale, confronta la situazione italiana con quella delle principali economie dell’eurozona e vede nell’immigrazione una parte della risposta. «Per cogliere appieno anche i benefici dell’immigrazione meno qualificata - sostiene Banca d’Italia - andrebbero rafforzate le politiche di integrazione. Secondo l’evidenza internazionale – aggiunge - gli interventi più efficaci in tal senso riguardano la formazione linguistica e la creazione di percorsi certi per ottenere la cittadinanza, in particolare per chi completa un ciclo di studi nel paese di destinazione». E’ lo ius scholae, proposto mesi fa anche da Forza Italia, messo in congelatore per evitare scontri con gli altri partiti della maggioranza e tornato di attualità dopo il fallimento del referendum sulla cittadinanza.

Il paradosso del declino demografico e dell’immigrazione

Mentre in Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi negli ultimi 15 anni l’immigrazione ha contribuito in modo significativo alla crescita della popolazione, in Italia – ricorda Banca d’Italia nella relazione annuale - l’arrivo di cittadini stranieri ha solo parzialmente compensato il calo della popolazione in età da lavoro (15-64 anni). Il trend è destinato a consolidarsi. Dal 2015 gli ingressi si sono ridotti ed è aumentata l’emigrazione non solo di italiani ma anche di stranieri, provocando un calo della popolazione residente e di quella in età da lavoro. Nel solo 2024 la metà degli espatriati ha riguardato persone tra 18 e 39 anni e nel 2023 (ultimi dati disponibili). Tra il 2014 e il 2023 il saldo netto dei laureati emigrati è di meno 97mila.

L’importanza dell’immigrazione per la crescita economica

«Un significativo deficit di capitale umano qualificato» scrive l’Istat nel rapporto annuale. Secondo le proiezioni dell’Istituto di statistica, i flussi migratori nei prossimi 15 anni continueranno ad avere un ruolo determinante sia dal punto di vista demografico che economico, ma a differenza di quanto è successo dal 2000 fino ad oggi, non saranno sufficienti a compensare il calo demografico della forza lavoro in Italia. Anche perché l’Italia, tra i grandi paesi europei, è quello in cui è previsto il calo maggiore di popolazione. Un calo che sarà ancora più netto tra la popolazione in età lavorativa: -6,8% contro il -6,2% della Germania. Il Pil, la ricchezza nazionale, non potrà non risentirne.

Perché arrivano pochi laureati

Nel 2024 la quota di persone nate all’estero rispetto alla popolazione residente in Italia era inferiore a quella delle principali economie dell’area euro: 11,4% contro il 17,4% nella media di Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Ma il dato preoccupante è un altro: solo il 14,8% dei nati all’estero era laureato, contro il 36,3% della Francia, il 29,8% della Germania, il 40,6% dei Paesi Bassi e il 29,2% della Spagna. Perché? Il primo motivo, secondo la Banca d’Italia, è «lo scarso dinamismo dell’economia». Inoltre «le attuali politiche migratorie favoriscono i ricongiungimenti familiari più che gli ingressi per motivi di lavoro». Infine, «la complessità del quadro normativo che risale agli anni ’90 e la frammentazione delle responsabilità tra le diverse amministrazioni scoraggia ulteriormente l’ingresso di lavoratori stranieri». Perdiamo i nostri laureati e non riusciamo ad attrarne dall’estero. Secondo Bankitalia «vi sono ancora margini per rendere l’Italia più attrattiva per i lavoratori stranieri con competenze elevate» facilitando il riconoscimento dei titoli di studio e professionali ottenuti all’estero e rafforzando le politiche di integrazione.

Nuove vie per ingressi regolari

L’enfasi sul tema immigrazione guarda da mesi ai centri in Albania. Ma si tratta di numeri meno che simbolici. In realtà si lavora anche su altri fronti. Due modifiche (nel 2023 e nel 2024) al Testo unico sull’immigrazione hanno previsto nuove possibilità per entrare e restare in Italia, anche al di fuori dell’inefficace sistema delle quote, per i lavoratori che hanno completato un percorso di formazione. È il caso degli studenti stranieri, che possono ora convertire il permesso di soggiorno per motivi di studio in quello per lavoro, e di chi sostiene nei paesi di origine corsi di lingua e di qualificazione professionale finanziati dalle regioni italiane e dalle associazioni datoriali. Sono segnali ma per diventare un cambio di rotta attendono conferme, anche statistiche.

Il caso spagnolo

Una recente analisi del Ministero dell’Inclusione, della Sicurezza Sociale e delle Migrazioni spagnolo ha messo in luce significativi divari salariali nel Paese iberico tra lavoratori nativi e immigrati. In particolare, i salari medi degli stranieri provenienti dalle Americhe risultano inferiori del 37% rispetto a quelli degli spagnoli; per i lavoratori africani la forbice si attesta al 34%, mentre per gli europei scende al 17%. Le disuguaglianze salariali si amplificano ulteriormente per le donne straniere, evidenziando una doppia discriminante di genere e nazionalità.

Dal punto di vista occupazionale, il rapporto evidenzia tassi di impiego più bassi per la popolazione immigrata rispetto ai cittadini autoctoni. L’ultima indagine sulla forza lavoro (INE) di fine 2023 segnala un tasso di disoccupazione del 15% tra gli uomini immigrati extra-UE, a fronte del 10% registrato per i lavoratori spagnoli e dell’11% per i cittadini europei. Le differenze risultano ancora più marcate per le donne, confermando le criticità strutturali che interessano l’integrazione lavorativa degli immigrati in Spagna, influenzata da un complesso intreccio di fattori economici, sociali e di genere.

L’alert arriva anche da Bruxelles

E’ la prova che la questione esiste e non ha solo una valenza umanitaria ma è anche economica: occupazione vuol dire anche più entrate fiscali e un contributo positivo ai conti previdenziali. L’argomento preoccupa anche la Commissione europea che vede nella carenza di manodopera un serio rischio per la crescita dell’economia italiana. «In particolare, nei settori dell’agricoltura e della sanità, la scarsità è ancora più acuta dati i profili di competenze richiesti» afferma il Country report pubblicato il 4 giugno. La ricetta non si discosta da quella suggerita dalla Banca d’Italia: «ricorso a flussi migratori regolari, supportati dall’integrazione sociale e dal riconoscimento o dall’aggiornamento delle competenze» con «l’ampliamento delle quote del Decreto Flussi per imprenditori, lavoratori di start-up e lavoratori altamente qualificati in settori strategici, utilizzando la Carta Blu Ue e semplificando il riconoscimento dei titoli di studio dei cittadini extra-Ue».

Mentre in Italia si continua a chiudere le porte ai “migranti economici”, accogliendo (o tollerando) solo chi “viene da paesi in guerra”, la realtà nelle nostre città (e spesso anche nelle nostre case) è molto diversa da quella descritta da chi strumentalizza un tema molto sensibile sotto diversi punti di vista. E la realtà ha già cominciato a chiederci il conto. Ha scritto qualche settimana fa l’Economist: «Oggi i politici vogliono soprattutto bloccare le migrazioni. Con l’aggravarsi della situazione demografica, presto saranno costretti a confrontarsi con l’esigenza di gestirle al meglio e cercare di trarne il massimo vantaggio». Ecco la parola chiave: “gestione”. Le migrazioni sono come l’acqua: si può pensare di gestirle e non sempre ci si riesce. E’ velleitario pensare di bloccarle.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna)

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti