Le espulsioni dei migranti

«Immagini orribili. E ora Trump vuole ripopolare Guantanamo»  

Amnesty International: Centinaia di migliaia di persone saranno rispedite in Paesi ad alto rischio, militarizzati e con governi autoritari. Assalti notturni, retate della polizia: un clima di paura, con persone traumatizzate, famiglie separate, profilazione in base alla razza 

di Riccardo Noury

Militari americani impegnati a San Ysidro, in California, nella costruzione delle barriere per proteggere il confine con il Messico

4' di lettura

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Il 20 settembre 2021 dal confine tra Usa e Messico arrivarono delle immagini scioccanti: 3.300 persone migranti, in maggioranza provenienti dal Paese più disastrato del mondo, Haiti, e che cercavano di guadare il fiume che separa i due Stati, vennero affrontate e rimandate indietro da agenti della polizia di frontiera del Texas a cavallo, vestiti da cowboy con tanto di frusta in mano.

«Sono immagini orribili. Penso che nessuno, vedendole, pensi che si tratti di una cosa accettabile», fu il commento dell’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. Aveva ragione, anche se poco meno orribile, almeno alle persone che in Guatemala rischiavano ogni giorno la vita, era sembrata la lapidaria frase di tre parole pronunciata tre mesi prima con grande enfasi dall’allora vicepresidente Kamala Harris, in visita nel Paese centroamericano: «Do not come».

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Alla Casa Bianca, all’epoca, c’era Joe Biden. Ora c’è Donald Trump e una scena del genere si è ripetuta, sebbene con modalità più “moderne”: una fila di persone coi ceppi ai piedi obbligate a salire a bordo di un aereo. Solo che nessun portavoce del presidente ha definito “orribili” quelle immagini.

Alla Casa Bianca è cambiato presidente ma ad Haiti la situazione è rimasta la stessa, se non addirittura peggiorata. Lo stesso per quanto riguarda molti Stati della Latam, l’acronimo che sta per America Latina: secondo un’analisi realizzata da Amnesty International Usa in occasione della prima visita nella regione del segretario di stato Marco Rubio, la situazione è complessivamente preoccupante.

Le politiche repressive dei governi autoritari, per usare un eufemismo, del Nicaragua e del Venezuela continuano a costringere innumerevoli persone a lasciare i loro Paesi. Lo stesso effetto procura la militarizzazione sempre più spinta in Ecuador e a El Salvador, dove la gestione dell’ordine pubblico è ormai affidata all’esercito. Gli altri due Stati che con El Salvador facevano parte del “triangolo della morte”, Guatemala e Honduras, ne costituiscono ancora due solidi lati. Il Covid-19 ha lasciato un’eredità devastante in termini di aumento della povertà e di diminuzione del reddito in tutta la regione. In Argentina, dove non ci ha pensato la pandemia, ci stanno pensando le politiche liberiste del presidente Javier Milei, secondo il quale «le lotte per i diritti umani sono un cancro da rimuovere».

Incurante di tutto ciò, l’amministrazione Trump ha inaugurato il suo secondo mandato con una campagna di espulsioni di massa che potrebbe riguardare milioni di persone migranti recentemente arrivate negli Usa o che stanno lì da tempo.

Questa campagna, brandita come una vera e propria emergenza nazionale e i cui primi effetti si sono visti con assalti notturni a favore di telecamera in città piccole e grandi, procurerà danni incalcolabili a persone già traumatizzate, separerà famiglie, esporrà persone alla profilazione razziale, diffonderà la paura, riporterà le persone - quelle che arriveranno vive alla fine del viaggio a ritroso - esattamente nei luoghi di partenza.

Per quanto il tema sia a lui estraneo, Amnesty International ha ricordato al presidente Trump gli obblighi di diritto internazionale che gli Usa devono rispettare e lo ha sollecitato ad assicurare che i suoi decreti esecutivi rispettino i diritti umani. Ogni Paese, è chiaro, ha il potere di regolamentare l’ingresso nel suo territorio di cittadini di altri Stati ma è altrettanto chiaro che deve farlo nel rispetto dei diritti fondamentali di queste persone. Uno di questi diritti è quello di accedere a procedure di asilo eque e individuali e di poter ricorrere contro eventuali dinieghi. Un altro diritto, riconosciuto dal diritto consuetudinario come principio di non-refoulement (non respingimento), è quello di non rimandare persone verso i luoghi di origine qualora rischino di subire, una volta tornati lì, gravi violazioni dei diritti umani.

È esattamente quello che si prospetta agli oltre 300mila venezuelani che il 2 febbraio si sono visti revocare lo status temporaneo di protezione e che dunque sono a rischio di espulsione proprio verso il Paese di cui gli Usa non riconoscono Maduro come presidente. Un grande paradosso...

E chi, come sempre, sarà costretto a eseguire il lavoro sporco per conto della Casa Bianca? Ovviamente lo Stato a sud della frontiera, il Messico. Il nord di questo Paese è diventato in questi anni un enorme parcheggio di centinaia di migliaia di esseri umani, accampati in luoghi di fortuna in attesa di poter entrare negli Usa, dimenticati dalle autorità, difesi dalla solidarietà dal basso laica e religiosa ma sempre a rischio di rapine, estorsioni, stupri e uccisioni. In quel parcheggio, tutte e tutti avevano in mano uno smartphone con, sullo schermo, ben in evidenza, l’icona dell’app Cbp One: uno dei pochi strumenti a disposizione delle persone migranti per chiedere legalmente asilo negli Usa attraverso la programmazione di un appuntamento. Nel 2024 ne avevano usufruito un milione di persone, quasi 1.500 al giorno. ”Avevano”, perché l’app è stata cancellata il 20 gennaio. Negli ultimi giorni, la presidente messicana Claudia Sheinbaum Pardo ha accettato la parte: in cambio di una sospensione di 30 giorni dei dazi sui prodotti da esportazione, ha promesso di inviare alla frontiera altri 10mila soldati. Ufficialmente, per contrastare l’ingresso della droga ma è evidente che saranno lì anche per altre ragioni.

Un’altra soluzione paventata da Trump ha iniziato a essere attuata: riempire nuovamente il centro di detenzione di Guantanamo Bay, aperto l’11 gennaio 2002 nell’ambito della “guerra al terrore”, diventato presto il luogo di destinazione di un’enorme pesca a strascico di esseri umani. Alla fine dell’Amministrazione Biden quello scempio dei diritti umani, che invano Amnesty International aveva chiesto a più presidenti di chiudere, costato ogni anno circa 450 milioni di dollari, era pressoché vuoto: delle quasi 800 persone sospettate di terrorismo, ne restavano 15. Quale migliore occasione per stipare di migranti irregolari un luogo nel quale le garanzie del giusto processo mancano? Infatti, Trump ha cominciato a ripopolarlo di nuovo. Di «criminali migranti», così li ha chiamati. Senza un processo.

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