Imbarazzo e «dis-gusto» come strumenti di conoscenza di sé
Utilizzarli come una risorsa, restando in ascolto, può aiutarci ad affrontare cose diverse in modo totalmente diverso
di Massimo Calì *
3' di lettura
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Nell'ultima rubrica che ho dedicato all’ascolto, scrivevo dell’ascolto “emotivo” di sé e degli altri e toccavo temi quali l’autoconsapevolezza e l’intelligenza emotiva. Tra le emozioni hanno una importanza particolare (professionalmente ma non solo) il nostro gusto (mi piace) o «dis-gusto» (non mi piace) e il nostro imbarazzo come origine, da un lato, e “sintomo/indicatore” dall’altro, di alcuni nostri possibili bias.
Andiamo per ordine: di bias esistono molte definizioni (personalmente ne trovo molte buone per aspetti diversi). Un modo di vederli è considerarli “direzioni” che il nostro cervello ci fa prendere e che influenzano le nostre decisioni, i giudizi, i sentimenti a favore o contro una persona o un gruppo di persone, o una parte in una discussione. Primo punto dolente dei bias: non sono scorciatoie, ma strade sbagliate perché tracciate su presupposti ingiusti o iniqui. Ma soprattutto dei nostri non siamo per lo più consapevoli: non a caso, si parla spesso di bias consci (sappiamo di averli) o inconsci (e possiamo studiarne classificazioni ed esempi, ma ci serve poi un gran lavoro per riconoscerceli e tenerne conto nelle nostre decisioni e giudizi).
Veniamo quindi al gusto (mi piace) e dis-gusto (non mi piace) come possibile origine dei nostri bias e all’impatto anche su una organizzazione quando diventano vere e proprie categorie manageriali. Nel continuo flusso di informazioni abbiamo sempre più necessità di recepire, classificare e organizzare rapidamente. Soprattutto sulle persone, è una necessità che ha evidenti origini arcaiche, da quando non sempre i sistemi sociali ti davano tempo di farti una opinione sul tuo “interlocutore” e le sue intenzioni, e quindi saper classificare rapidamente diventava una questione di sopravvivenza.
Bene: cosa c’è di più veloce e sicuro per ciascuno di noi del proprio gusto? Se una persona mi piace, allora va bene. Al termine di una selezione per un candidato non ci è mai capitato di sentire, o dire, o anche solo pensare «mi piace perché...»? E se può sembrare un’abbreviazione di quanto lo troviamo aderente alle caratteristiche che servono in quel ruolo, rimane che se è anche aderente al mio gusto, più facilmente lo riterrò più adatto di altri (e i recruiter professionali lo sanno bene, infatti ci stanno molto attenti perché sanno quanto è insidioso).
Ancora più pericoloso il contrario: se una persona (o un gruppo, o un comportamento) «non mi piace», proprio perché affidarsi alla repulsione in antichità poteva voler significare sopravvivenza, deriva una convinzione (ancora molto viva ai giorni nostri) che il dis-gusto abbia una sua naturale saggezza, che ci aiuta a tenerci lontani da strade distruttive. E allora se i colleghi di un altro ufficio o reparto (o del mio) hanno qualcosa che trovo dis-gustoso, facile che accada (senza minimamente accorgersene) che anche le decisioni professionali ne siano inficiate. Ad esempio in riunione, quando e se li ascolto - perché già ascoltarli mi richiede sforzo - non è che il loro parere “vale” meno?








