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Il Washington Post ci ripensa: farà la copertura delle Olimpiadi Milano-Cortina

Il quotidiano invierà una piccola squadra di giornalisti per coprire le Olimpiadi, dopo aver informato venerdì i giornalisti sportivi che non avrebbe inviato un gruppo

di Andrea Biondi

Alloggi del villaggio Olimpico

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Il Washington Post annulla la decisione sulla copertura delle Olimpiadi. Il quotidiano invierà una piccola squadra di giornalisti per coprire le Olimpiadi, dopo aver informato venerdì i giornalisti sportivi che questo non sarebbe ottenuto. Una scelta che Il New York Times aveva rilanciato come notizia-simbolo di qualcosa di più grande: la crisi strutturale di uno dei giornali che hanno fatto la storia del giornalismo americano. Difficoltà che, nonostante il cambio di decisione, restano.

La decisione, via email

«Mentre valutiamo le nostre priorità per il 2026, abbiamo deciso di non inviare un contingente alle Olimpiadi invernali», aveva scrive Kimi Yoshino, caporedattore del Post. Aggiungendo, quasi a margine di una decisione già presa: «Siamo consapevoli che questa decisione e il suo tempismo saranno deludenti per molti di voi». Traduzione: la coperta è corta, e si comincia a tagliare da ciò che fino a ieri era intoccabile.

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Il tempismo, appunto. La comunicazione era arrivata a ridosso dei Giochi di Milano Cortina (che partiranno il 6 febbraio), quando alcuni giornalisti avevano già prenotato viaggi e trasferte. Anni di tradizione olimpica interrotti con una mail. Un dettaglio che pesa, anche perché i costi principali erano già stati sostenuti: solo per l’alloggio, si parla di almeno 80mila dollari. Il risparmio, quindi, sarebbe stato parziale. Il segnale, invece, è totale.

Le difficoltà

Anche perché le Olimpiadi non sono solo sport. Sono un grande acceleratore narrativo, un dispositivo globale di attenzione, un laboratorio di storie. Rinunciarvi significa dichiarare che il problema non è l’evento, ma il modello. Ed è qui che la vicenda sportiva si salda con quella aziendale.

Secondo le indiscrezioni che rimbalzano da qualche giorno sui media di oltreoceano in redazione circolano voci insistenti di licenziamenti imminenti: oltre cento posti di lavoro, più del 10% dello staff, con tagli che potrebbero colpire soprattutto sport, metropoli ed esteri. Settori che non producono utili immediati ma costruiscono reputazione, autorevolezza, profondità.

La lettera a Bezos

Non è un caso che siano stati proprio i giornalisti dell’estero a scrivere una lettera a Jeff Bezos, proprietario del Post. Sessanta firme, un messaggio chiaro: «Vi esortiamo a considerare come i licenziamenti proposti ci porteranno sicuramente all’irrilevanza, non al successo condiviso che rimane raggiungibile». E ancora: «Sappiamo cosa succede quando i giornali tagliano le loro sezioni internazionali: perdono portata e rilevanza».

La reazione all’esterno non si è fatta attendere. Christine Brennan, storica firma olimpica del Washington Post tra il 1988 e il 1996, ha scritto: «Questo è uno sviluppo semplicemente sbalorditivo e terribile». Mike Wise, ex reporter, ha affidato ai social un misto di incredulità e malinconia: «Santo cielo. I miei colleghi erano tra i migliori e i più brillanti del giornalismo».

Scelta impattante

Resta, sullo sfondo, la figura di Bezos. Tra i giornalisti - attuali ed ex - serpeggia la sensazione che il fondatore di Amazon sia distante, poco presente nelle scelte editoriali, più concentrato sulla sostenibilità finanziaria che sull’identità del giornale. Così Milano-Cortina diventa qualcosa di più di un’Olimpiade. Diventa una cartina di tornasole. Mentre le piste si preparano e le telecamere si accendono, uno dei quotidiani più influenti del mondo resterà a casa.

Il rischio, come ricordano i giornalisti del Post, è che nel tagliare i costi si finisca per tagliare anche il senso. E quello, una volta perso, non lo si recupera più.

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