Realtà variegata

Il vino eroico della Valle d’Aosta brinda in Asia e Nord Europa

I 500 ettari di vigneti aumenteranno del 10% con le autorizzazioni per nuovi impianti Anselmet (Coldiretti): sempre più interesse per la nostra produzione. Buoni riscontri dai mercati esteri

di Carlo Andrea Finotto

 Vigneti in Valle d’Aosta: per i produttori si tratta di mettersi in gioco ogni giorno con le condizioni climatiche e territoriali

3' di lettura

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Fare vino in Valle d’Aosta è una sfida continua. Se il 2023 ha visto i produttori bloccare sul nascere un insidioso attacco di peronospera, il 2024 si è aperto con l’incognita causata dalle ondate di freddo tardive. Ma non è per questo che la viticoltura in regione viene definita eroica. Il motivo è legato al tipo di coltivazione: quasi sempre in quota, su pendii scoscesi, con lavorazioni esclusivamente manuali e la vendemmia svolta spesso da sdraiati sotto le pergole costruite basse per “catturare” il calore rilasciato dal terreno. Una faticaccia, per giunta in un territorio “schiacciato” tra due giganti del vino: Piemonte da un lato e Francia dall’altro.

Negli ultimi anni, però, il mercato sta ripagando gli sforzi dei produttori valdostani. «All’ultimo Vinitaly abbiamo ricevuto feedback molto positivi» racconta Stéphanie Anselmet, alla guida dei Giovani di Coldiretti Valle d’Aosta e attiva insieme ai fratelli nell’azienda di famiglia, la Maison Anselmet, guidata dal padre Giorgio. All’ultima rassegna di settore, a Verona, «era presente una trentina di produttori regionali, di cui oltre una decina con stand proprio. Il vino valdostano sta ottenendo buoni riscontri in un contesto molto competitivo: il mercato sta crescendo bene e siamo sempre più riconosciuti».

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Per ovvie ragioni, legate alla conformazione territoriale e al tipo di lavorazioni, «le aziende valdostane puntano quasi esclusivamente sulla produzione di qualità: è un elemento intrinseco alla viticoltura della nostra zona, caratterizzata dalle basse rese e lavoro svolto a mano».

La superficie totale destinata ai vigneti in Valle d’Aosta è di circa 500 ettari, fanno sapere dalla Coldiretti regionale, e di questi circa 390 ettari sono destinati a Doc (Denominazione di origine controllata), con Pinot Nero e Petite Arvine, Chardonnay e Nebbiolo come vitigni maggiormente impiantati negli ultimi anni. Ma i viticoltori della regione – accanto a vitigni “internazionali” come Merlot, Gamay e i già citati Chardonnay e Pinot nero – stanno valorizzando sempre più anche varietà locali semisconosciute al grande pubblico come Prié Blanc, Petit Rouge, Cornalin, Fumin, Mayolet e Muscat. E negli ultimi anni dalle aziende sono arrivate negli uffici regionali le richieste di autorizzazione per nuovi impianti per circa 50 ettari, di cui una trentina di ettari autorizzati a inizio 2024.

«Nel 2023 - spiegano dalla Coldiretti – sono stati prodotti 15.942 ettolitri di vino a denominazione, per una produzione stimata di 2.125.000 bottiglie». Per fare un confronto, i numeri del Consorzio del Prosecco Conegliano Valdobbiadene Docg (Denominazione d’origine controllata e garantita) parlano di oltre 8.600 ettari e più di 103 milioni di bottiglie. Ma i numeri non sempre sono tutto. «Siamo consapevoli che la nostra è una situazione diversa rispetto a quella di altri territori, dove possono esserci singole aziende che hanno un’estensione di terreno vitato uguale o superiore a quella dell’intera nostra regione - spiega Stéphanie Anselmet –. Qui abbiamo una realtà variegata, con microproduzioni da 10-20mila bottiglie all’anno fino a realtà più strutturate che arrivano anche a 150mila bottiglie».

Non per niente il vino della Valle d’Aosta è caratterizzato anche dalla produzione di diverse cooperative d’eccellenza che raggruppano decine di piccoli produttori: Cave Mont Blanc de Morgex et de La Salle (area dove ci sono alcuni tra i vigneti più alti d’Europa, a 1.200 metri di quota), Cave des Onze Communes (che ha recuperato terreni destinati all’abbandono), Caves coopératives de Donnas (paese la cui tradizione vinicola risalirebbe addirittura al 1200), Cave Coopérative de l’Enfer (l’Enfer d’Arvier è stato il primo vino valdostano a ottenere la Doc, nel 1972), solo per citarne alcune.

Questo panorama eterogeneo e complesso sta conquistando il gusto di clienti altrettanto diversificati: «Il mercato nazionale è quello predominante – spiega Anselmet –, ma va molto bene anche con la Francia e con altri paesi europei, come Belgio, Svezia, Germania e Gran Bretagna, che solo relativamente di recente stanno scoprendo il settore del vino di qualità. Nel Regno Unito c’è una buona richiesta, anche se il dopo Brexit ha complicato le cose dal punto di vista burocratico». Al di fuori dell’Europa i vini valdostani prendono spesso la via dell’Asia, Giappone compreso, e degli Stati Uniti.

C’è un elemento nel ciclo di produzione, tuttavia, sul quale l’uomo ha poche possibilità di intervenire: il clima «che sta sempre più giocando un ruolo da protagonista», dice Stéphanie Anselmet. «Le gelate di fine aprile hanno compromesso circa il 10-15% delle gemme dei vigneti alti, in particolare a Morgex, Pollein e nei dintorni di Aosta. Ma le piante hanno la possibilità di recuperare se non ci saranno altri fenomeni anomali simili».

Il responso ci sarà solo a partire da metà settembre fino a metà novembre, quando sarà periodo di vendemmia.

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