La collezione AI 26-27

Il viaggio di Dolce&Gabbana nell’identità mai perduta

I creativi: «Abbiamo chiamato la collezione Identity, che per noi significa restare fedeli a noi stessi e alla ricerca che abbiamo portato avanti in oltre 40 anni di lavoro insieme»

di Giulia Crivelli

Dolce&Gabbana AI 26-27

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«This show reminded me why I’ve always been in love with the brand»: è un commento rubato a una buyer americana che ben riassume lo spirito della collezione presentata ieri da Dolce&Gabbana. «Questa sfilata mi ha ricordato perché sono da sempre innamorato del marchio»: parole che riecheggiano quelle usate da Domenico Dolce e Stefano Gabbana per presentare capi e accessori del prossimo autunno-inverno. «Abbiamo chiamato la collezione Identity, che per noi significa restare fedeli a noi stessi e alla ricerca che abbiamo portato avanti in oltre 40 anni di lavoro insieme. Ricerca significa esplorazione stilistica e sui materiali, avendo alcune stelle polari, a cominciare dalla Sicilia a da tutto ciò che per noi evoca».

Non un esercizio di nostalgia, né “semplici” variazioni su temi come il pizzo, le trasparenze, la maglieria fatta a mano, la sensualità fatta di tacchi a spillo e scollature. Piuttosto, un’altra prova di come i due stilisti e imprenditori guardino oggi al mondo della moda e all’essenza del loro lavoro. «Abbiamo la fortuna di essere i direttori creativi del marchio che abbiamo fondato e del quale abbiamo deciso, fin dal 1984, ogni piccolo o grande passo - proseguono -. La moda è cambiamento, ascolto della società, riflesso della cultura del momento e quindi è per definizione in costante evoluzione. Ma per noi che la facciamo e continuiamo ad amarla profondamente, la chiave è non tradire mai la nostra essenza, i punti di riferimento che abbiamo sempre avuto e che, stagione dopo stagione, rafforzano, appunto, la nostra identità».

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È da leggere in questa chiave la presenza alla sfilata di Madonna, che Domenico Dolce e Stefano Gabbana frequentano (e vestono) da decenni e con la quale condividono l’inizio dei rispettivi percorsi di successo, negli anni 80. Chi meglio di Madonna incarna l’idea di “cambiare restando fedeli a sé stessi”? Un pizzico di nostalgia inevitabilmente c’è, almeno per chi osserva - giornalisti, soprattutto, crediamo -: se la creatività e la passione di stilisti come Domenico Dolce e Stefano Gabbana e di star come Madonna hanno attraversato indenni oltre quarant’anni, lo stesso non si può dire dell’industria della moda nel suo complesso, che non a caso sta attraversando un rallentamento globale.

Collezioni come quelle di Dolce&Gabbana riconciliano con la moda e con la sua potenziale magia, ossia la possibilità che dà a ognuno di esprimere attraverso vestiti e accessori personalità o umori del momento. In fondo la “lezione” della sfilata di ieri è semplice: non c’è cosa più pericolosa, nella vita di ognuno di noi, di vivere senza un’identità o senza dare alla propria identità il giusto valore. Vale per le persone e per i marchi: basti pensare alla sfilata Prada (si veda Il Sole 24 Ore di venerdì), tutta giocata sulla sua storia, e a Gucci, disperatamente, potremmo dire, alla ricerca di un’identità perduta.

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