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Il vero segnale di rinascimento industriale? Il numero di startup da 1 milione, non i miliardi investiti

Dovremmo smettere di inseguire la retorica dei miliardi investiti, perché l’esperienza empirica internazionale suggerisce un diverso ordine di grandezza statistico da osservare

di Francesco Capponi *

(AdobeStock)

3' di lettura

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Per parlare seriamente di rinascimento industriale delle startup dovremmo smettere di inseguire la retorica dei miliardi investiti e concentrare l’attenzione su una metrica diversa, meno appariscente ma più predittiva: il numero di aziende che riescono a raccogliere il loro primo milione di euro di capitale privato.

Oggi in Italia si investono circa 1,5 miliardi l’anno in startup. È una cifra che ripetiamo spesso (siamo a un quinto della Francia e a 1/200 degli USA) accompagnandola dal mantra del “non basta”. Il rischio, però, è trarre una conclusione sbagliata: pensare che se per decreto o incentivi fiscali salissimo domani a 10 miliardi, il Paese avrebbe automaticamente colmato il gap.

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Il volume complessivo degli investimenti ci dice quanto un mercato è maturo oggi, ma dice poco sulla sua capacità di rigenerarsi domani. Per un ecosistema ancora giovane come quello italiano, l’indicatore cruciale è la “nuova capacità imprenditoriale” validata dal mercato. Ovvero: quante startup ogni anno riescono a chiudere il primo round da 1 milione di finanziamento, un seed round robusto.

La legge dei grandi numeri

L’esperienza empirica internazionale suggerisce una proporzione ricorrente: ogni 100-200 startup che raccolgono almeno 1 milione, entro circa otto anni emerge in media un unicorno. Non è una legge fisica, ma un ordine di grandezza statistico. Se domani Milano avesse 1.000 startup con un primo round “milionario” alle spalle, potremmo affermare che la città gioca nella stessa categoria di Londra o Parigi. Questo dato varrebbe molto più di un generico “a Milano sono stati investiti 5 miliardi”, perché certificherebbe l’esistenza di una pipeline sistemica, non di singoli colpi di fortuna.

L’obiettivo: da 90 a 1.000 startup da 1 milione l’anno

Oggi l’Italia genera circa 60-90 startup l’anno che superano la soglia del primo milione. Un dato troppo esiguo per parlare di “Startup Nation”. Per diventare tale, l’obiettivo industriale per l’Italia dovrebbe essere chiaro: 700-1.000 nuove startup all’anno sopra il milione di raccolta. Solo con questa massa critica, in un ciclo di maturazione di 6-8 anni, potremmo aspettarci la nascita fisiologica di 2-10 nuovi unicorni italiani ogni anno. Non diventeremmo la Silicon Valley, ma un ecosistema che produce campioni globali per statistica, non per eccezione. Quanti laureati italiani migrerebbero a quel punto?

Il vincolo vero: fondatori e talento, non capitali

C’è però un vincolo strutturale: i fondatori. Per generare 1.000 startup finanziabili servono, in media, almeno 2.000 founder capaci di convincere gli investitori di potergli mettere in mano un milione di euro. Il Politecnico di Milano immatricola circa 7.500 studenti l’anno. È a dir poco improbabile che un laureato su quattro del Politecnico possa fondare una startup da €1M. È qui che la sfida diventa nazionale. Un rinascimento industriale non può prescindere dal bacino di talenti tecnici e scientifici di atenei come la Federico II di Napoli, La Sapienza, il Politecnico di Torino o Bologna. Milano può anche essere uno dei catalizzatori, ma il flusso di fondatori dovrà essere distribuito molto più equamente in tutto il Paese.

Capitali (anche) esteri come export ad alto valore aggiunto

Resta l’incognita delle risorse: chi finanzia 1.000 startup l’anno? È irrealistico pensare che gli investitori italiani possano coprire l’intero fabbisogno. Dobbiamo accettare, e forse favorire, l’ingresso massiccio di capitali esteri. Dobbiamo ribaltare la prospettiva: quando un fondo internazionale investe in una startup con Ricerca e Sviluppo Italiano, sta contribuendo a pagare stipendi e tasse in Italia. È, di fatto, export di conoscenza ad altissimo margine. Il mondo paga per avere una quota della nostra innovazione e della nostra proprietà intellettuale. E se gli investitori vogliono una EU Inc, C-Corp o una LTD dovrebbe essere una limitazione?

L’alternativa è quella che abbiamo sotto gli occhi: la diaspora. Oggi gli investitori esteri continuano a comprare il talento italiano, ma assumendolo fuori dai nostri confini, spostando altrove contribuzione fiscale e valore aggiunto. Più founder italiani raccolgono fondi (anche esteri) per aziende con sede in Italia, più trasformiamo l’emorragia di cervelli in attrazione di capitali.

Cambiare metrica per cambiare mentalità

Se vogliamo un cambio di passo, dobbiamo cambiare gli indicatori del successo. Smettiamo di guardare solo ai miliardi investiti, difficilmente misurabile dai singoli operatori di università o incubatori, e iniziamo a misurare pubblicamente la nostra capacità di costruire la base della piramide:

1) Quante nuove aziende superano ogni anno la soglia del milione;

2) Quanti alumni delle nostre istituzioni richiamano fiducia di capitali e talenti esteri;

E ricordarci sempre che ogni milione di euro estero che atterra su una startup con Ricerca e Sviluppo italiani son fior fiore di ingegneri che non devono fare le valigie per cercare futuro altrove.

* Francesco Capponi è Co-founder & President di Lead The Future

Per saperne di più:

Il sito di Stem24

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