Il tesoro italiano è nella cultura che integra l’arte e la tecnica
Paolo Dario, padre della robotica: «Rivalutare la formazione transdisciplinare che educa a competenza, senso critico, metodologia»
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I punti chiave
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«Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»: le parole che Dante mette in bocca a Ulisse nel suo viaggio all’Inferno hanno qualcosa da dirci ancora oggi, nel momento in cui la tecnologia ci interroga sul nostro essere umani, sul fare leva sulle qualità umane della volontà e della ragione per esplorare le nuove frontiere dell’ignoto tecnologico. Di fronte alle prospettive aperte dall’intelligenza artificiale, «l’innovazione e la creatività diventano un elemento differenziante che permette all’essere umano di non subire, ma di diventare artefice del futuro: certo, la “canoscenza” è fondamentale, ma le competenze tecniche da sole non sono sufficienti, devono essere accompagnate dalla “virtute”, da valori e principi che si riflettano in una scala etica che guidi le scelte ispiratrici della trasformazione».
Il valore della cultura interdisciplinare
Paolo Dario è uno dei padri nobili della robotica italiana ed europea, docente della Sant’Anna di Pisa, dove ha fondato e diretto per anni l’Istituto di Biorobotica, oggi è responsabile scientifico di Artes 4.0, il competence center di Pontedera specializzato nelle tecnologie alla base dell’Industria 4.0, in vista del 5.0, dove si occupa della connessione efficiente della ricerca accademica con l’industria: un punto di osservazione privilegiato per verificare lo stato di salute dell’ecosistema dell’innovazione italiano, dal quale guarda con ottimismo al futuro del nostro Paese. Sempre che riesca a mantenere un approccio originale nei confronti della tecnologia. «Non possiamo inseguire il mondo americano e cinese, centrato sulla tecnica e sul business a tutti i costi. Anche se l’Europa, e l’Italia con essa, è espressione di un mondo vecchio e conservatore, tendenzialmente restio a innovare, dobbiamo puntare sul nostro vero asset: una cultura interdisciplinare in grado di saper discernere tra le prospettive che ci si aprono davanti, che ha come punto di forza la capacità di integrare la tecnica e la scienza con l’arte e la cultura». D’altra parte, già una ventina d’anni fa la Harvard Business Review aveva riconosciuto che la Firenze rinascimentale rappresentava un modello per l’innovazione di gran lunga migliore rispetto alla Silicon Valley. Proprio grazie alla capacità di mettere insieme capacità tecniche e arte, scienza e umanesimo.
Educare alla competenza e al senso critico
Dario non ha dubbi di quale sia il vero punto di forza su cui l’Italia deve puntare: la qualità dell’educazione. «Nel nostro sistema educativo è sempre presente l’attenzione al valore e alla cura della persona, che lascia spazio a una competitività gentile, aperta alla collaborazione, non spietata come nel sistema americano o in quelli orientali: un percorso di crescita insieme agli altri, fatto di qualità, a cui si aggiunge l’immersione nella cultura italiana», prosegue Dario, facendo riferimento alle botteghe rinascimentali, dove gli apprendisti imparavano insieme al maestro sulla base di una cultura profonda del “saper fare”. Ma attenzione a non parlare di formazione: «La formazione, la parte più tecnica, la lasciamo alle aziende, bisogna rivalutare l’educazione, quella basata sulla transdisciplinarietà, che educa alla competenza, alla metodologia e al senso critico, attingendo in maniera trasversale a tutte le discipline e mettendo in relazione tutti gli aspetti della realtà». Si parla tanto di materie Stem - scienze, tecnica, engineering, matematica -, ma «come italiani dobbiamo puntare sulle Steam, aggiungendo la A dell’arte, che ricomprende anche le scienze umane e sociali».
Mettere in relazione le diverse tecnologie
D’altra parte «è la stessa Industria 5.0 che ci impone un approccio diverso: finora le transizioni industriali sono state indotte dall’avvento di nuove tecnologie, oggi si tratta di integrare e mettere in relazione le diverse tecnologie, con un approccio che non deve essere limitato solo all’intelligenza artificiale, ma che sia davvero “human centric” e “planet centric”, implicando un ripensamento profondo delle priorità dell’economia, con una preparazione tecnica che si estenda anche all’interpretazione e alla trasformazione del contesto».
Riprendendo Mao sui rivoluzionari, Dario sintetizza: «Per fare l’innovazione ci vogliono gli innovatori, che siano ribelli organizzati». Difficile pensare agli ingegneri in questo ruolo, ma sono proprio loro ad avere in mano la chiave del futuro. Paolo Dario ha forse qualche rimpianto per aver scelto il liceo scientifico e non il classico, ma non rinnega certo la sua laurea in Ingegneria meccanica: «La figura dell’ingegnere si è trasformata radicalmente. Nel ’900 era un progettista che usava le sue conoscenze per risolvere un problema, lo faceva al meglio e poi di solito proseguiva come manager. Oggi invece deve adottare un ruolo nuovo con l’enfasi spostata sulla parte creativa, sull’esigenza di andare oltre la semplice risoluzione per puntare a trasformare il mondo e creare prodotti nuovi: deve essere inventore e poi imprenditore». In questo senso il Politecnico di Milano rappresenta un modello, avendo unito ingegneria ad architettura e, in seguito, al design, in un progetto che integra le diverse competenze. «Virtute e canoscenza» sono obiettivi da perseguire alla stregua di Ulisse per superare le colonne d’Ercole dell’oggi perseguendo un approccio originale italiano, basato anche sul liceo nostrano, senza limitarsi a inseguire modelli improntati solo all’uso indiscriminato della tecnologia.



