Leggende del mare

Il talento del leader: Paul Cayard, l’arte di stare al timone, in barca e nella vita

I mari più belli, tra la Nuova Zelanda e Capo Horn, le sfide più impegnative, dall’America’s Cup alla Rolex Swan Cup, il segreto del lavoro di squadra: il grande velista racconta la costruzione del successo.

di Paco Guarnaccia

Una fase dell’ultima Rolex Swan Cup a Porto Cervo. A questa regata, riservata solo agli Yacht Nautor Swan, ha partecipato anche l’americano Paul Cayard, brand ambassador di Rolex, maison legata all’evento da 40 anni. ©Rolex/Kurt Arrigo

5' di lettura

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Paul Cayard, indimenticato protagonista dell’America’s Cup 1992 al timone de Il Moro di Venezia: fu quella la prima volta in cui un’imbarcazione italiana conquistò la Louis Vuitton Cup. Oggi brand ambassador di Rolex, il leggendario velista è stato protagonista della Rolex Swan Cup, regata riservata agli Yacht Nautor Swan e organizzata dallo Yacht Club Costa Smeralda, che ha festeggiato 40 anni di partnership con la Casa della Corona.

Come si è avvicinato alla vela? Sono sempre stato attratto dall’avventura, dall’idea che quando parti dal pontile non si sa mai con esattezza la rotta che andrai a fare quel giorno. Poi avere a che fare con il vento, con il mare, con le onde: tutto cambia sempre. Immagino che uno che gioca a tennis sa che la rete è sempre alla stessa altezza, così come le righe del campo sono sempre allo stesso posto… Con la vela è tutto molto più avventuroso.

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Paul Cayard.

Quali sono le caratteristiche imprescindibili per diventare un grande velista? Il desiderio e l’impegno. Ci sono persone che hanno talento ma lo bruciano. Ho visto persone con meno talento impegnarsi nello studio e negli allenamenti pianificando i loro obiettivi senza distrazioni. Il mio suggerimento per i giovani è capire che questo è un lavoro e i risultati non arrivano da soli. Competere oggi vuol dire essere molto preparati.

Da cosa si intravede il talento per competere? Prima cosa dalla sensibilità di far andare la barca: o ce l’hai o no. Per essere il timoniere devi avere un certo feeling con la barca, sentirla tramite il timone. La seconda è riuscire a indovinare il vento. Quindi, guardando i giovani che regatano, uno può capire se hanno o meno quest’abilità. Che è quasi un istinto che poi però va coltivato andando a scuola perché ci sono tanti aspetti da imparare, come capire la pressione, studiare le nuvole ecc…

Lo Yacht-Master 42 di Rolex con cassa e bracciale in titanio RLX (14.750 euro).

Qual è il lato più bello di timonare? Essere in controllo della barca e sentirla molto di più. Ad esempio, un tattico usa gli occhi ma non ha la possibilità di tenere il timone, di sentirlo e indovinare come rendere più veloce la barca. Se sei al timone sei il leader e dai la direzione. Ma essere leader di un team, per me è dare potere alla squadra per sviluppare le proprie caratteristiche in modo che tutti sappiano quale sia la direzione da seguire. In generale essere leader è motivare il tuo team senza dovergli dire sempre cosa fare. Non tutti, in ogni settore lo hanno capito. Cito ad esempio il film Il Gladiatore. Dopo la morte di Marco Aurelio, Commodo, una volta incoronato imperatore, pensa di essere il capo per il ruolo. Il protagonista Massimo è invece riconosciuto come tale da tutti perché la leadership e il rispetto le ha guadagnate sul campo.

Il velista ha a che fare con il mare e il vento: che cosa rappresentano per lei? Sono come il sangue nelle vene. Stamattina ho nuotato. Mi piace stare in acqua: non è usuale tradizionalmente tra i velisti, ma io penso che siamo tutti nati nell’acqua… Mi piace anche il vento, perché è l’elemento che mi dà la direzione.

Paul Cayard al timone dello Swan 82 Kallima - Randstad Sailing Team alle regate di Porto Cervo.

Anche il tempo è fondamentale nelle regate e lei che è anche brand ambassador di Rolex lo sa bene… Gareggiamo sempre contro gli altri e il tempo conta quando manovri, soprattutto alla partenza e più specificatamente nelle regate di America’s Cup: qui trovare il tempo giusto ed essere il più precisi possibile è qualcosa di impressionante. Basti pensare a quali velocità si arriva sulla linea, e non oltre. Nessun’altro sport ha questa caratteristica. Le macchine di Formula 1, ad esempio, in partenza sono ferme, mentre qui sei in movimento: devi calcolare perfettamente il tuo arrivo in una linea che neanche si vede perché è fra due boe, non superarla, ma arrivarci il più vicino possibile alla massima velocità. La precisione nel calcolare il tempo e la velocità sono le particolarità di questo sport.

Che tipo di regata è la Rolex Swan Cup? Ci sono più di 100 barche, tutte del produttore Nautor Swan. Inoltre è una regata di grande tradizione. Sono anni che vengo a gareggiare e mi fa sempre un grande piacere esserci. L’ambiente è diverso dalle altre competizioni: non è né l’America’s Cup né le classi olimpiche, dove l’intensità è sempre al primo posto, dove esiste solo la competizione e a terra non c’è grande amicizia tra i partecipanti. Qui è un mix, la situazione è più famigliare. Ci sono persone con le loro barche che vengono con famiglia e amici. Si compete, ma non è la fine del mondo se non si vince.

Tra i premi per i vincitori della Rolex Swan Cup anche uno Yacht-Master 40 in acciaio e platino (12.650 euro).

Cosa pensa delle barche a vela Nautor Swan? Sono uniche nel loro genere, molto belle, comode e di lusso, però navigano bene. Sono barche da corsa e questo mix è difficile da trovare.

A proposito di America’s Cup, che cosa pensa dell’ultima edizione con le imbarcazioni con foil? Diciamo che sono contento di aver fatto l’Americas’Cup ai tempi in cui ho partecipato… Le battaglie erano per me più belle perché dal punto di vista dell’equipaggio c’erano 16 persone a bordo coinvolte e se uno sbagliava si affondava tutti insieme. Qui si vede poco, ma è un’altra cosa.

Qual è stato il mare più bello e difficile in cui ha regatato? Il Mare del Sud, tra la Nuova Zelanda e Capo Horn. Ci sono onde molto più grandi, il vento è forte, c’è freddo e, a volte, può anche nevicare. Anni fa decisi di competere nel Giro del Mondo proprio per questo motivo. Per me era una sfida.

Un giro di boa alla Rolex Swan Cup.

E come andò? Sono cresciuto nel mondo della deriva e poi nelle classi olimpiche. Mi hanno conosciuto per le mie quattro partecipazioni all’America’s Cup. Allora mi chiesero di partecipare e, seppur indeciso, alla fine ho accettato. Mi sono portato il mio team, quello dell’America’s Cup. Eravamo tutti focalizzati sull’intensità, la forma delle vele, lo sviluppo della barca. Poi, arrivati nella prima parte dei Mari del Sud, per 10 giorni avevamo il piede sull’acceleratore come fossimo in Formula 1. Ma quella regata era più una Parigi Dakar. Ho imparato la lezione: ci voleva un altro tipo di gestione. Ho capito che dovevi andar al 97% della velocità massima per il 100% del tempo e non al 100% della velocità per il 20% del tempo… Alla fine ho vinto un trofeo: per me, vista la mia esperienza, vincere anche nelle regate d’altura è stato un grande riconoscimento.

 

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