Per capire l'ordine di grandezza della potenza di queste macchine si può ricorrere a un semplice esempio: un sistema HPC presente nella “Top500”, la classifica che dal 1993 mette i fila attraverso un apposito benchmark (Linpack) i più potenti supercomputer del pianeta, è in grado di svolgere in pochi millisecondi un processo di calcolo che a una comune workstation richiederebbe anche diversi anni.
Ciò che distingue questi sistemi dal tradizionale personal computer non è solo l'enorme capacità di elaborazione dei dati ma la loro architettura hardware-software. Se dal punto di vista prestazionale i supercomputer operano ormai sulla scala degli Exaflop, unità di misura che equivale a un trilione di operazioni in virgola mobile al secondo, le dimensioni fisiche e il numero di core da alimentare impongono una gestione che tenga necessariamente conto di parametri molto spinti in termini di sostenibilità economica ed ambientale, trattandosi di sistemi particolarmente energivori.
La Top500 e la guerra fra chip maker
La classifica dei super cervelloni ha una rilevanza che va al di là della potenza prestazionale e tocca la sfera del predominio tecnologico su scala globale, che si gioca su due piani: il primo vede gli Stati Uniti e la Cina contendersi il primato con l'Europa a giocare da illustre outsider, il secondo mette in competizione i produttori di semiconduttori americani e asiatici.
L'inizio del 2022 ha visto l'insediamento al vertice della Top500 del supercomputer Frontier di HPE (Hewlett Packard Enterprise) Cray basato su tecnologia Amd Epyc, collocato presso il Dipartimento dell'energia dell'Oak Ridge National Laboratory, in Tennessee, e primo esemplare al mondo capace di superare la barriera dell'Exaflop.
A cedergli il posto Fugaku, avanguardia giapponese targata Fujitsu, mentre il terzo gradino del podio è al momento occupato da una macchina sviluppata in Finlandia (sempre da HPE), Lumi, che precede due sistemi motorizzati con i chip Power9 di Ibm.