Il soft power culturale cinese conquista l’Italia
Una trama di iniziative suggerisce uno scambio reciproco con la progressiva costruzione di spazi culturali sino-italiani, nei quali pubblico e privato, istituzioni, musei, fondazioni e gallerie concorrono alla definizione di nuove relazioni
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I punti chiave
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Negli ultimi decenni l’Occidente è stato attraversato da ondate sempre più significative di influenza culturale asiatica. Dopo l’espansione globale della cultura giapponese, veicolata da diversi media, il momentum culturale cinese procede, potremmo dire, «a passo di giava».
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Una diplomazia culturale forte si sposa, infatti, con l’obiettivo della politica estera cinese di creare un ordine globale multipolare capace di ridurre l’influenza occidentale. Per contrastare l’egemonia occidentale (intesa come statunitense, europea, ma anche asiatica occidentale), la Repubblica Popolare ha imparato che non di solo hard power vivono e prosperano gli Stati. Non è un caso, quindi, che il soft power cinese appaia oggi sempre più presente in Europa e in Italia. A testimoniarlo sono anche le numerose mostre, finanziate da enti pubblici e privati cinesi, che negli ultimi anni hanno portato nel nostro Paese artisti cinesi, spesso attraverso collaborazioni tra istituzioni culturali italiane e organizzazioni della Repubblica Popolare.
Il soft power culturale cinese
Il concetto di soft power, elaborato a partire dagli anni ’90 dal politologo e professore di Harvard Joseph S. Nye, indica la capacità di un Paese di esercitare influenza attraverso l’attrazione, anziché mediante strumenti coercitivi o economici. Secondo Nye, il soft power di uno Stato dipende principalmente da tre risorse: la cultura – quando questa risulta attraente agli occhi degli altri Paesi; i valori politici – quando sono condivisi e riconosciuti anche al di fuori dei confini nazionali; e la politica estera – quando viene percepita come legittima e autorevole, anche sul piano morale.
La Repubblica Popolare cerca oggi di utilizzare, per quanto possibile, tutte e tre queste leve. In particolare, il progressivo ridimensionamento del ruolo degli Stati Uniti in alcuni organismi e programmi internazionali ha aperto nuovi spazi di influenza. La politica estera dell’amministrazione Trump, orientata al disinvestimento di alcune organizzazioni multilaterali, come l’Unesco, e caratterizzata da una crescente diffidenza nei confronti di parte dell’architettura del diritto internazionale, ha contribuito a creare un terreno favorevole all’espansione della presenza cinese.
Il ritiro di Washington rafforza la posizione di Pechino, che già da tempo cerca di espandere la sua influenza internazionale. Si pensi, per esempio, che la Cina è seconda solo all’Italia per il numero di siti iscritti nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco: nel 2025 la Cina contava 60 siti contro i 61 dell’Italia.
Inoltre, una delle peculiarità del soft power è che, a differenza dell’hard power, non viene esercitato quasi esclusivamente dagli Stati. A costruire l’immagine e l’attrattività internazionale di un Paese contribuiscono anche soggetti non governativi: produttori cinematografici, scrittori, artisti, musicisti, fumettisti e operatori culturali. Ed è proprio il sistema dell’arte, che nutre in parte la cosiddetta diplomazia culturale, uno degli spazi nei quali la crescente presenza cinese in Italia appare oggi più evidente.







