Influenze politiche

Il soft power culturale cinese conquista l’Italia

Una trama di iniziative suggerisce uno scambio reciproco con la progressiva costruzione di spazi culturali sino-italiani, nei quali pubblico e privato, istituzioni, musei, fondazioni e gallerie concorrono alla definizione di nuove relazioni

Giorgia Meloni con Xi Jinping

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Negli ultimi decenni l’Occidente è stato attraversato da ondate sempre più significative di influenza culturale asiatica. Dopo l’espansione globale della cultura giapponese, veicolata da diversi media, il momentum culturale cinese procede, potremmo dire, «a passo di giava».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Una diplomazia culturale forte si sposa, infatti, con l’obiettivo della politica estera cinese di creare un ordine globale multipolare capace di ridurre l’influenza occidentale. Per contrastare l’egemonia occidentale (intesa come statunitense, europea, ma anche asiatica occidentale), la Repubblica Popolare ha imparato che non di solo hard power vivono e prosperano gli Stati. Non è un caso, quindi, che il soft power cinese appaia oggi sempre più presente in Europa e in Italia. A testimoniarlo sono anche le numerose mostre, finanziate da enti pubblici e privati cinesi, che negli ultimi anni hanno portato nel nostro Paese artisti cinesi, spesso attraverso collaborazioni tra istituzioni culturali italiane e organizzazioni della Repubblica Popolare.

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Il soft power culturale cinese

Il concetto di soft power, elaborato a partire dagli anni ’90 dal politologo e professore di Harvard Joseph S. Nye, indica la capacità di un Paese di esercitare influenza attraverso l’attrazione, anziché mediante strumenti coercitivi o economici. Secondo Nye, il soft power di uno Stato dipende principalmente da tre risorse: la cultura – quando questa risulta attraente agli occhi degli altri Paesi; i valori politici – quando sono condivisi e riconosciuti anche al di fuori dei confini nazionali; e la politica estera – quando viene percepita come legittima e autorevole, anche sul piano morale.

La Repubblica Popolare cerca oggi di utilizzare, per quanto possibile, tutte e tre queste leve. In particolare, il progressivo ridimensionamento del ruolo degli Stati Uniti in alcuni organismi e programmi internazionali ha aperto nuovi spazi di influenza. La politica estera dell’amministrazione Trump, orientata al disinvestimento di alcune organizzazioni multilaterali, come l’Unesco, e caratterizzata da una crescente diffidenza nei confronti di parte dell’architettura del diritto internazionale, ha contribuito a creare un terreno favorevole all’espansione della presenza cinese.
Il ritiro di Washington rafforza la posizione di Pechino, che già da tempo cerca di espandere la sua influenza internazionale. Si pensi, per esempio, che la Cina è seconda solo all’Italia per il numero di siti iscritti nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco: nel 2025 la Cina contava 60 siti contro i 61 dell’Italia.

Inoltre, una delle peculiarità del soft power è che, a differenza dell’hard power, non viene esercitato quasi esclusivamente dagli Stati. A costruire l’immagine e l’attrattività internazionale di un Paese contribuiscono anche soggetti non governativi: produttori cinematografici, scrittori, artisti, musicisti, fumettisti e operatori culturali. Ed è proprio il sistema dell’arte, che nutre in parte la cosiddetta diplomazia culturale, uno degli spazi nei quali la crescente presenza cinese in Italia appare oggi più evidente.

Roma: la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Un osservatorio privilegiato è Roma. Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (Gnamc), ogni cinque anni, si tiene la «Mostra Nazionale Cinese di Arte Contemporanea», curata da Gabriele Simongini (storico dell’arte e studioso di arte astratta italiana) e Franco Wang. L’appuntamento quinquennale è sostenuto dal Ministero della Cultura cinese, dalla Federazione delle Circoscrizioni Letterarie e Artistiche della Cina, dall’Associazione Artisti della Cina e dall’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia. La mostra del 2025 è stata organizzata dalla Fondazione Cina-Europa per le Arti.

Sempre alla Gnamc, dal 7 marzo all’8 aprile 2026, è stata ospitata «Gulistan. Time Garden», ancora una volta con la curatela di Simongini. L’esposizione era dedicata alla ricerca pittorica di Gulistan, un’artista della scena contemporanea cinese, ed è stata sostenuta e organizzata dalla Fondazione per l’arte cinese in Italia e co-organizzata dalla Federazione Internazionale delle Artiste Femminili 923 Art Space.

Il dialogo tra Italia e Cina era poi stato al centro, nel 2025, di «East and West. International Dialogue Exhibition. From Shanghai to Rome», curata da Simongini e Zhang Xiaoling e organizzata dal Ministero della Cultura, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, dalla Shanghai Academy of Fine Arts e dalla Shanghai Artists Association e realizzata da Zhong Art International, con il patrocinio, tra gli altri, dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia. Con oltre 40 autori coinvolti, il progetto ruotava intorno al confronto tra gli artisti della scena contemporanea di Shanghai e la collezione storica della Galleria Nazionale con le cui opere gli artisti cinesi dialogavano. A rappresentare la Repubblica Popolare sono stati chiamati: Zeng Chenggang, Chen Jialing (50.000-100.000 HKD da Christie’s), Xia Yang (Lin & Lin Gallery, Taipei), Hsia Yan (Lin & Lin Gallery, Taipei), Ding She (Lisson Gallery), Li Lei (3812 Gallery e Leo Gallery), Xu Jiang (Tang Contemporary Art e Tina Keng Gallery), Zhang Jianjun (Pearl Lam Galleries), Yu Youhan (ShanghART Gallery e Alisan Fine Art), Li Xiangyang, Gu Gan (Alisan Fine Arts e Gajah Gallery).

Venezia: Wallace Chan e Ding Yi

La presenza cinese nel panorama espositivo italiano passa anche dalla Serenissima. Wallace Chan, artista e orafo cinese basato a Hong Kong, è tornato in Laguna nel 2026 dopo una serie di partecipazioni in concomitanza con le precedenti Biennali d’Arte e di Architettura («Titans» nel 2021, Totem nel 2022 e «Transcendence» nel 2024). In occasione della 61ª Biennale di Venezia, Chan è protagonista di due esposizioni. La prima, «Mythos», ospitata alla Scala Contarini del Bovolo dal 4 aprile al 18 ottobre 2026, presenta una serie di grandi sculture in titanio ispirate alla mitologia classica e al dipinto «Mercurio» e le «Tre Grazie» di Tintoretto, mettendo la ricerca dell’artista in dialogo con il patrimonio storico e artistico veneziano. La seconda, «Vessels of Other Worlds», è allestita nella Chiesa di Santa Maria della Pietà e rimane visitabile fino al 18 ottobre 2026. Curata da James Putnam, l’esposizione veneziana si sviluppa parallelamente all’omonima mostra organizzata al Long Museum di Shanghai, creando un collegamento diretto tra le due città e tra i rispettivi pubblici.

Sempre a Venezia è in corso la mostra personale di uno dei maggiori rappresentanti dell’astrattismo cinese, si tratta di Ding Yi (Lisson Gallery), basato a Shanghai ed esposto presso la Fondazione Querini Stampalia. I curatori Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera hanno raccolto vecchi e nuovi lavori dell’artista, assieme ad una serie di stele in pietra che costituiscono il fulcro della mostra come luogo di riflessione e ritualità, richiamando antichi siti della Cina e dell’Europa.

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Dall’Aquila a Milano passando per Firenze: Ai Weiwei e gli artisti cinesi

La crescente visibilità degli artisti e delle artiste cinesi nelle istituzioni italiane non si esaurisce con gli esempi fin qui illustrati. Il celebre artista Ai Weiwei è stato incluso nella mostra «Metafisica/Metafisiche 1909–1926» a Palazzo Reale di Milano, conclusasi il 21 giugno 2026. Al MAXXI L’Aquila è, invece, in corso «Aftershock», una grande retrospettiva dedicata a Ai Weiwei e visitabile fino al 6 settembre 2026. Le opere dell’artista avvicinano Cina e Italia nel dolore della tragedia del terremoto. Centrale nel percorso espositivo è «Straight», un’imponente installazione costruita con le barre d’acciaio recuperate dalle scuole crollate nel terremoto del Sichuan del 2008. La mostra procede quindi con immagini che colpiscono senza tregua: macerie, porcellane spezzate, video, fotografie, simboli della guerra, crisi migratorie e libertà negate.

A Milano, in occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina, nella mostra «Il senso della neve. Popoli, arte antica e sguardi contemporanei», presso il MUDEC – Museo delle Culture di Milano, a parlare della neve assieme a 30 artisti e artiste di diverse nazionalità è stato incluso anche il lavoro di Zhang Huan (Pace Gallery). L’artista, basato tra Shanghai e New York, è una delle figure di spicco della scena concettuale cinese.

In concomitanza con la mostra al MUDEC di Milano, venivano presentati a Firenze i frutti di China Project 2025, il ciclo di residenze diretto da Valentina Gensini e Xiuzhong Zhang, all’interno della storica collaborazione tra MAD Murate Art District e Zhong Art International, resa possibile grazie al contributo di Fondazione CR Firenze, che da anni promuove il dialogo culturale tra Italia e Cina attraverso l’arte contemporanea e la ricerca sui temi ambientali e sociali. Protagonisti della residenza sono stati Liu Yuxuan (PIFO Gallery) e Wang Yi (Whitestone Gallery) con lavori capaci di intrecciare memoria, corpo, storia e immaginario contemporaneo.

Dalla Cina all’Italia e ritorno?

Roma, Venezia, Milano, L’Aquila e Firenze diventano così punti di una geografia culturale in espansione. Questa crescente presenza, oltre a essere il risultato della vitalità e dell’affermazione internazionale dei singoli artisti e artiste, sembra inserirsi in una più ampia strategia di espansione del soft power culturale cinese bottom-up. Se questo è vero, però, è vero anche l’inverso. La presenza italiana in Cina appare, infatti, altrettanto intensa e, soprattutto nell’ultimo anno, ha assunto una dimensione particolarmente articolata.
Per fare qualche esempio, nel 2026, alla personale di Carloalberto Lucioni, «Ricerca del Centro» (marzo, ICCF Academy Art Center situato in Raffles City a Dong Zhi Men, Pechino), sono seguite «Ultimate Oneness – Type Art Exhibition» di Lorenzo Marini (aprile–giugno, Yindi Art Museum, Pechino), «The Form of the Sign» di Jacopo Della Ragione (aprile–agosto, Z Space, Pechino) e la prima mostra monografica in Cina di Flatform, «Concert for Films and Works» (maggio–giugno, Power Station of Art, Shanghai). A queste si sono affiancate la collettiva «Le Divisament dou Monde: Italian Drawings on the Far East», con 44 artisti italiani e la partecipazione, tra gli altri, di Domenico Antonio Mancini (maggio–settembre, Jiangxi Provincial Art Museum, Nanchang), «Eterno Antico» di Alessandro Giannì (giugno–luglio, Aurora Art Museum, Shanghai) e «Giorgio Morandi. Solo» (giugno–ottobre, Museum of Art Pudong, Shanghai), la più ampia esposizione dedicata al pittore bolognese mai realizzata all’estero. Nello stesso arco temporale si collocano inoltre «The Poetics of Survival» di Lina Bo Bardi (giugno–agosto, Power Station of Art, Shanghai) e «Glasstress: Flowing Venetian Carnival» (luglio–ottobre, Shanghai Jiushi Art Museum, Shanghai), legata alla Fondazione Berengo e alla tradizione del vetro di Murano.

Una trama di iniziative che suggerisce, dunque, di leggere il fenomeno come uno scambio reciproco, come la progressiva costruzione di uno spazio culturale sino-italiano sempre più fitto, nel quale pubblico e privato, istituzioni, musei, fondazioni e gallerie, con ruoli diversi, concorrono alla definizione di nuove relazioni culturali tra i due Paesi.

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