Interventi

Il sistema Italia come bene rifugio dai rischi globali

di Antonio Tomassini e Rossella Cerchia

3' di lettura

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L’Italia non sfrutta a sufficienza il suo principale asset che è il made in Italy, né la sua posizione strategica nel Mediterraneo, i fattori più considerati dagli investitori. Del Belpaese spaventa principalmente la burocrazia e la complessità e le lungaggini del sistema giuridico e giurisdizionale, seguiti dalla alta pressione fiscale. Questi alcuni degli indicatori che emergono dalla ricerca di DLA Piper sviluppata su un campione di 32 Paesi che sarà presentata il 25 maggio in occasione del Festival dell’Economia di Trento. Il “numero” più significativo, che ci indica la vitale necessità di invertire la rotta, è il misero 3% del campione che giudica il nostro Paese “molto attrattivo”.

Ma dobbiamo necessariamente leggere solo in termini negativi questi dati? Diremmo di no, soprattutto in questa epoca di grandi tensioni geopolitiche, che corrispondono, come sempre nella storia, anche a grandi opportunità per, appunto, invertire la rotta e iniziare a viaggiare in giro per il mondo fieri di quello che siamo, un po’ come il bellissimo viaggio che ha compiuto il nostro veliero Amerigo Vespucci. Per questo, durante un Festival dell’Economia che avrà il suo focus sugli attuali scenari di “Rischi e scelte fatali” che mettono l’“Europa al bivio”, ci sembra interessante prospettare la possibilità che la creazione di un“sistema Italia” schiuda per il nostro Paese l’opportunità di rappresentare un “bene rifugio contro i rischi globali”. Un safe harbour nel nuovo ”disordine mondiale” cui gli investitori devono guardare nella sua architettura sistemica.

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Ovviamente è un percorso complesso che non può focalizzarsi solo su una migliore comunicazione del nostro Paese e su quella stabilità oggi internazionalmente percepita che comunque è il risultato più prezioso raggiunto dall’attuale governo, ma occorrono scelte concrete e rapide, con l’Europa, ma, diciamo, anche a prescindere dall’Europa se i tempi si allungano, poi l’Europa seguirà.

Alcune iniziative sono già in essere, il piano Mattei sull’Africa e le missioni internazionali congegnate ex ante, mettendo insieme le aziende partecipanti in modo strutturato. Il fatto che almeno all’estero ci si inizi a presentare come filiera o distretto (così dovrebbe essere anche all’interno dei nostri confini, perché il nanismo imprenditoriale non aiuta nessuno ed espone ad attacchi ostili), sono senz’altro espressioni di due dei pilastri su cui occorrerebbe poggiare questo percorso, ovvero:

- proporre l’Italia come hub per investimenti in Africa e più in generale nel Mediterraneo “esteso”;

- sostenere l’export e l’internazionalizzazione; del resto, tornando alla ricerca DLA Piper, uno dei dati incoraggianti in questa direzione è che il 63% degli intervistati ritiene che le aziende italiane in potenza presentino una certa attrattività nei mercati globali (basta accompagnarle, diremmo).

Sono, tuttavia, il funzionamento e la direzione strategica da dare alla macchina statale interna i veri nodi gordiani da sciogliere con interventi concreti, partendo da un approccio nuovo nel (necessario) taglio alla spesa pubblica, che negli ultimi 25 anni è aumentata circa quattro volte più della media europea in rapporto al PIL, che si focalizzi sul “come” tagliare più che sul “quanto”. Peraltro, se non diamo una scossa alla spesa, l’altra gamba del bilancio statale, i tributi, resta pure immobile, tanto è vero che il meritorio tentativo di riforma fiscale in corso non sta incidendo (al ribasso, come invece si dovrebbe fare) sulla pressione fiscale, perché struttura e peso dei tributi sono essenzialmente intoccabili per esigenze di coperture. Stando sul fisco, se l’impasse non si supera, si ragioni subito su misure di fisco di stimolo agli investimenti e alla buona immigrazione, si crei finalmente il “contribuente famiglia”, che può contribuire alla lotta contro l’inverno demografico (altro male sistemico, che si affianca a quello della burocrazia) e ad andare oltre il sistema della dichiarazione dei redditi, che non fotografa l’attuale distribuzione della ricchezza del Paese e non agevola né riduzioni, né lotta al tax gap e nemmeno la possibilità di redistribuzione dei tributi. Poi ci sarebbero gli interventi shock sull’energia, le infrastrutture, la ricerca e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, anche privato, con, ad esempio, una estensione dell’art bonus, ma non vogliamo essere tacciati di essere tra quelli che aggiungono un contributo al libro dei sogni, quindi ci fermiamo qui. Ovvero ci fermiamo al dato empirico di una ricerca che attesta come l’Italia oggi abbia più che mai la grande opportunità di essere un “bene rifugio”, facendo leva su alcune delle azioni concrete che si è provato a tratteggiare.

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