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Tre articoli in anteprima dalla domenica del Sole24ore presentati da Stefano Salis
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In una sua recente riflessione il presidente della Finlandia, Alexander Stubb, sottolinea come parte delle sfide odierne siano dovute a un progressivo indebolimento dell’ordine multilaterale e come questa crisi sia, a sua volta innanzitutto una crisi di fiducia. Stubb riflette infatti sul fatto che sono gli scambi informali fuori dalle stanze degli incontri ufficiali a portare avanti il lavoro, attraverso la costruzione di rapporti personali e la comprensione della reciproca visione del contesto generale. Se è quindi vero che le relazioni internazionali si fondano essenzialmente sulle relazioni umane, è altrettanto vero che le relazioni si basano sulla fiducia e la capacità di incontrare le aspettative su cui questa fiducia viene riposta. La ricostruzione di questa fiducia una volta che si è spezzata necessita di un percorso lungo e difficile. Il nostro più importante capitale è - oggi come sempre – la credibilità della nostra parola e come questa si traduca in azioni tangibili.
Le Nazioni Unite, cui l’attuale ordine internazionale è saldamente associato, sono al tempo stesso sia vittima di questa crescente disillusione sia possibile strumento per ricostruire la fiducia tra attori internazionali. In particolare, uno degli aspetti attraverso cui le strutture delle Nazioni Unite possono contribuire a contrastare uno scetticismo, che sembra ormai essere una delle misure predominanti nella relazione tra Stati, è quello di supportare i Paesi nella messa a terra e nel mantenimento degli impegni presi in consessi internazionali che hanno prodotto importanti risultati e segnato la strada verso l’adozione di obiettivi e strumenti condivisi a questi connessi da cui partire per guardare al futuro con pragmatismo e approccio costruttivo.
Con la trasformazione del modello di governance globale, gli spazi di incontro tra Stati sono cambiati e i consessi informali sono diventate realtà sempre più orientate al decisionismo. Pensiamo a piattaforme come quella dei BRICS, al G7 e al G20, e a tanti fori multilaterali, fondati su interessi comuni e su criteri di appartenenza selettivi. Da questi incontri emergono decisioni e processi che guidano l’azione anche delle organizzazioni internazionali e segnano obiettivi di lungo corso verso cui tutta una filiera di attori pubblici e privati lavorano (o almeno dovrebbero).
Nell’attuale congiuntura, si apprezzano il carattere meno vincolante di questi formati, nonché la possibilità per le Presidenze annuali di stabilire obiettivi strategici chiari, agili, durante il proprio mandato e decidere poi come perseguire multilateralmente e bilateralmente quegli obiettivi. Da un punto di vista di politiche per lo sviluppo e di transizione energetica, temi centrali per UNDP, penso alla Presidenza Italiana del G20 del 2021 che ha dato origine al Fondo italiano per il clima gestito da Cassa depositi e prestiti e agli impegni di COP26, penso al Global Gateway della Commissione europea e soprattutto alla Presidenza Italiana del G7 del 2024 che ha saputo costruire un forte consenso di tutta la membership sulle priorità del Piano Mattei e l’adozione di un nuovo paradigma nei confronti del continente africano.
È proprio qui che le organizzazioni internazionali “tradizionali” possono trovare un nuovo ruolo — e una nuova legittimità — nel ricostruire quella fiducia di cui Stubb parlava. I vertici producono annunci e strumenti che devono essere resi operativi e attuati: ed è nella loro natura multilaterale che queste organizzazioni esprimono un vantaggio comparato difficilmente replicabile dai singoli Stati, fungendo da punto di convergenza tra competenza tecnica e presenza nei Paesi partner. Paesi che non sono soltanto i beneficiari finali delle azioni, ma anche i garanti della sostenibilità finanziaria di un sistema in cui i donatori tradizionali — secondo la classificazione OCSE — stanno riorientando priorità e risorse, rendendo indispensabile mobilitare nuove forme di capitale di pari passo con il coinvolgimento di nuovi attori nello scenario internazionale. Proprio la mobilizzazione di risorse finanziarie pubbliche e private e programmi di assistenza tecnica volti a definire progettualità per attrarre investimenti sono al centro dell’azione del Piano Mattei e offrono un quadro di lavoro definito su cui le organizzazioni internazionali possono dimostrare il valore aggiunto del loro lavoro e ricostruire la loro fiducia. Questa chiarezza e focalizzazione ha portato alla definizione di obiettivi concreti, per il cui raggiungimento e implementazione i membri del G7 hanno deciso di avvalersi anche dell’esperienza del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, quello che è in sostanza il Ministero dello Sviluppo Economico delle Nazioni Unite.