Il re del rum è un’Indiana Jones campione di affari
di Maurizio Maestrelli
4' di lettura
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Lo studio di Luca Gargano sembra un ufficio degli oggetti smarriti. Gli scaffali sono ingombri di bottiglie di rum e di whisky, il pavimento è cosparso di cartoni a loro volta ingombri di bottiglie. Anche la scrivania ne ospita alcune ma questo è lo spazio delle carte. Un’infinità. Potrebbe anche essere la stanza di uno studente indisciplinato ma, evidentemente, ci deve essere un ordine in tutto ciò altrimenti non si spiegherebbe il successo di questo genovese che ha portato la sua Velier nella lista delle mille società europee più dinamiche e a crescita più rapida. Glielo ha riconosciuto la Borsa di Londra usando parole anche più efficaci per questa azienda di importazione di distillati e liquori: “Companies to inspire Europe”.
«Ho iniziato a lavorare presto, a diciotto anni – spiega dopo averci accolto su un divano incredibilmente sgombro – nella Spirit di Vittorio Salengo dove mio padre era amministratore delegato, ma contro il suo desiderio. Ho avuto la fortuna di vivere il mondo dei distillati quando ancora esistevano le grandi famiglie di produttori, imparando il mestiere dal gradino più basso, e ascoltando storie di viaggi in Champagne o in Scozia che duravano giorni e giorni, tra tappe in ristoranti e grandi bevute. A vent’anni proposi a Salengo di organizzare un viaggio in Martinica per i migliori agenti della Spirit e mi prese per pazzo. Il Boeing 747 aveva iniziato a volare da un continente all’altro l’anno prima ma l’idea di andare nei Caraibi non era ancora contemplata. Arrivato in Martinica fu un colpo di fulmine, erano i Caraibi prima dell’avvento del turismo di massa. Un paradiso».
Alla ricerca dell’isola sperduta
Gargano questa cosa dell’esploratore l’aveva probabilmente nel Dna e quel viaggio fece da detonatore. Tanto che quando, anni dopo, decide di far vivere un’esperienza simile alle figlie non sceglie i Caraibi ormai civilizzati ma va alla ricerca di un’isola polinesiana sperduta, che il turismo non ha ancora scoperto, e la raggiunge con oltre una ventina di valige al seguito. Incluse due casse di Sangemini. «Quando gli abitanti ci videro arrivare eravamo il fenomeno dell’isola perché eravamo dei bianchi che volevano restare lì per un po’. E ci restammo un mese e mezzo, vivendo e pescando con loro. Alla fine il capo villaggio mi adottò con un loro cerimoniale, mi tatuarono e mi diedero il soprannome di Ruruki».
Luca Ruruki Gargano sembra uno Yanez o un Indiana Jones dei giorni nostri. Ed è per questo che non si scompone se si tratta di fare miglia nella giungla haitiana, su strade fangose e con autocarri scassati, per raggiungere le “sorgenti” del Clairin, il distillato di canna da zucchero diventato, grazie a lui, ricercatissimo dai migliori barman del pianeta. «Haiti è un posto spettacolare che è rimasto isolato dal mondo a lungo perché è l’unica isola caraibica dove la ribellione contro i colonizzatori ha avuto successo. Ci sono piantagioni di canna da zucchero non ibridata e della migliore qualità, che vengono tagliate ancora a mano con il machete permettendo così una selezione in campo (si portano via quelle perfettamente mature, le altre aspettanondr) e non con le macchine. Il risultato è un prodotto unico che oggi è difeso anche da un presidio Slow Food, forse il primo legato a un distillato».


