Non solo arte

Il Qatar investe un miliardo l’anno nell’economia museale. I sauditi quasi il doppio. Il Magreb prende esempio

I Paesi del Golfo da anni usano la cultura per la geopolitica e per differenziare le entrate. L’Egitto sulla scia del turismo, che vale l’8,5% del Pil, accelera su esposizioni e offerta. In Marocco il settore culturale e creativo occupa già 100mila persone. Per l’Italia tante opportunità e molto da fare

Foto del Grande Museo Egizio al Cairo vista dall'esterno Alamy Stock Photo

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Al di là dei momenti di guerra, delle tensioni e delle dichiarazioni di Trump che non agevolano la stabilità, i Paesi del Golfo hanno fatto della propria ridefinizione un obiettivo dichiarato, passando da mere petro-economie a realtà più sfaccettate, e tra gli aspetti più rilevanti di questa trasformazione spicca l’investimento nell’economia culturale e museale. E il trend non sembra cambiare. Nonostante il netto vantaggio in termini di risorse a disposizione, il loro esempio non è passato inosservato nell’area del Mediterraneo

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

È nei paesi del Golfo che gli sforzi per costruire una solida economia museale si notano di più: Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno rinnovato la propria attrattiva turistica puntando sul patrimonio storico, culturale e artistico condiviso. Il Qatar, forte delle sue entrate, dispone di un budget annuo per l’acquisizione di opere d’arte stimato in un miliardo di dollari, di cui quasi la metà destinati al Museo Nazionale, aperto al pubblico nel 2019. Il sito, insieme al già affermato Museo d’arte islamica e a numerose altre gallerie del Paese, è gestito da Qatar Museums, ente pubblico che ricopre un ruolo centrale nella diplomazia culturale del Qatar. La collaborazione italiana con l’ente compie due anni: il protocollo di Cooperazione tra Qatar Museums e il Comune di Venezia, siglato nel giugno 2024, ha aperto un canale privilegiato, alimentato da mostre, prestiti e altri progetti di scambio culturale.

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La crescita di Abu Dhabi

Più a sud, gli Emirati Arabi Uniti hanno portato avanti diversi progetti di grande rilievo. Con l’apertura del Guggenheim Abu Dhabi prevista per dicembre 2026, il Paese aggiunge un altro nome di prestigio internazionale a una capitale che ospita già una propria versione del Louvre, inaugurata nel 2017 e capace di attrarre oltre 1,4 milioni di visitatori l’anno (dato 2024). Pur in assenza di dati ufficiali sui ricavi, la media dei visitatori annuali, incrociata con un biglietto d’ingresso da circa 19 dollari, lascia stimare introiti per il Louvre Abu Dhabi attorno ai 26,6 milioni di dollari l’anno. Del resto, l’istituzione francofila non è nuova a cifre da capogiro: la sola licenza d’uso del marchio, pagata alla Francia per 525 milioni di dollari, supera di gran lunga i budget annuali di acquisizione di musei come il Metropolitan di New York o il MoMA. Inoltre, se gli accordi bilaterali tra Italia ed Emirati non hanno ancora toccato in modo significativo la promozione artistica, i rapporti restano solidi grazie alle biennali e alla presenza attiva dell’Istituto Italiano di Cultura ad Abu Dhabi.

Diverso il caso dell’Arabia Saudita. La “Museum Commission” governativa non stanzia un miliardo fisso ogni anno come il Qatar, ma nell’ultimo decennio ne ha investiti addirittura 21,6di miliardi. Il progetto di punta, Museo d’Arte Contemporanea dell’Arabia Saudita (SaMoCA), si è aggiudicato a inizio anno un appalto da 490 milioni di dollari. Anche qui l’Italia gioca un ruolo: il memorandum d’intesa firmato nel 2023 tra il principe Bader bin Abdullah bin Farhan, ministro della Cultura saudita, e l’allora omologo italiano Gennaro Sangiuliano ha posto le basi per una collaborazione ad ampio raggio, includendo esplicitamente i musei tra i settori tutelati. Ne sono seguite numerose iniziative, tra cui spicca il programma esecutivo firmato a marzo tra la Commissione Museale saudita e la Fondazione Triennale Milano, che prevede consulenza per il Design Museum saudita, uno scambio di mostre itineranti e nuovi programmi formativi. Le opportunità sono tante, la strada da fare per arrivare agli obiettivi è ancora lunga.

L’esempio egiziano

I Paesi del Nord Africa a partire dall’Egitto hanno compreso che vale la pena spingere il piede sull’acceleratore dell’economia museale. Al Cairo, dove il settore turistico pesa fino all’8,5% del Pil nazionale, la novità più rilevante è l’apertura, nel novembre 2025, del Grand Egyptian Museum: 15mila visitatori al giorno in media, nonostante il finanziamento in parte basato su prestiti esteri. Costato 1,2 miliardi di dollari e vent’anni di lavori, il museo custodisce oggi una delle maggiori collezioni archeologiche al mondo ed è tra i pilastri della nuova strategia turistica egiziana. Mancano dati ufficiali, ma calcolando che nei primi sette mesi del 2026 il museo ha accolto oltre 3 milioni di visitatori - il 60% dei quali stranieri, e dunque paganti tariffe più alte - si può stimare un incasso vicino ai 14,5 milioni di dollari. L’Egitto, tra i nove Paesi pilota della prima fase del Piano Mattei, condivide con il governo italiano l’interesse per l’economia museale: l’esempio più recente di questa sinergia è la mostra ‘Tesori dei Faraoni,’ conclusasi a giugno alle Scuderie del Quirinale.

Tunisi stenta a correre

Nel resto del Maghreb, il ruolo dell’economia museale è meno immediato da misurare. A Tunisi, il Museo Nazionale del Bardo, che custodisce la più grande collezione al mondo di mosaici romani, contava 50mila visitatori l’anno prima della pandemia; nonostante una riapertura completata solo nel 2023, la ripresa del turismo negli ultimi due anni lascia pensare a numeri quantomeno stabili, se non in crescita. Ad aprile, l’ambasciata italiana a Tunisi, l’Istituto Italiano di Cultura e l’Istituto Nazionale del Patrimonio tunisino hanno organizzato un evento congiunto dedicato alla tutela del patrimonio culturale. Anche il Marocco vive una fase positiva: secondo un rapporto pubblicato il mese scorso, le industrie culturali e creative pesano per il 2,4 % sul Pil e danno lavoro a circa 100mila persone. Integrazioni si notano anche nella formazione d’ambito culturale. Questa impostazione collaborativa emerge anche dalla partecipazione di professionisti tunisini, algerini e marocchini all’International School of Cultural Heritage- rilanciata dal Piano Mattei, - che forma esperti museali provenienti da 12 Paesi africani e sostiene lo sviluppo delle competenze legate all’economia museale. Un settore che ha ampi margini di crescita.

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