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Il prodotto si racconta: con la blockchain e il passaporto digitale le aziende guadagnano in trasparenza

di Pierangelo Soldavini

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Un capo di abbigliamento che racconta da dove arrivano le fibre, dove è stato confezionato, quanta acqua è stata consumata per produrlo e come potrà essere riciclato. Una batteria che “porta con sé” la storia delle materie prime, delle riparazioni, delle prestazioni nel tempo. Un elettrodomestico che espone in modo chiaro la propria impronta ambientale e il percorso lungo tutta la filiera. Non è marketing evoluto, ma una nuova infrastruttura informativa che sta entrando nella vita dei prodotti: il Digital Product Passport.

Dal 2025 il passaporto digitale dei prodotti non è più un concetto sperimentale. È uno degli strumenti chiave attraverso cui l’Unione Europea sta ridisegnando il rapporto tra imprese, filiere e consumatori, imponendo un cambio di paradigma che ha al centro una parola chiave: trasparenza. E in questo scenario la blockchain emerge come la tecnologia più adatta a garantire integrità, tracciabilità e fiducia dei dati lungo catene del valore sempre più complesse.

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Un’innovazione ri-emergente

In un mondo sempre più interconnesso e complesso, dove le catene del valore sono lunghe e articolate, la fiducia diventa, infatti, sempre più un elemento critico e una tecnologia innovativa come la blockchain non elimina la necessità di fidarsi, ma cambia il modo in cui quella fiducia si costruisce: non più basata solo sulla reputazione o su contratti firmati, ma sulla trasparenza dei dati, sulla condivisione delle informazioni, sull’immutabilità delle registrazioni.

Spesso associata esclusivamente alle criptovalute e alle speculazioni finanziarie e reduce da un lungo periodo di promesse non rimaste irrealizzate, la tecnologia “a registri distribuiti” sta emergendo come opportunità di trasparenza e certificazione per l’industria. Le sue applicazioni pratiche sono sempre più numerose, tangibili e strategiche. Dalla tracciabilità alla contrattualistica automatica, dalla tokenizzazione alla gestione intelligente dei dati, la blockchain contribuisce a costruire un ecosistema produttivo più trasparente, efficiente e resiliente.

A spingere nella rivalutazione della blockchain è stata, in particolare, l’Europa. Il “passaporto digitale del prodotto” nasce infatti come obbligo regolatorio all’interno del nuovo Ecodesign for Sustainable Products Regulation (Espr), ma sta rapidamente assumendo una dimensione strategica per le aziende. L’idea è semplice nella sua ambizione: associare a ogni prodotto un insieme strutturato di informazioni digitali — accessibili tramite QR code, Nfc o piattaforme dedicate — che ne descrivano composizione, origine, impatti ambientali, riparabilità e fine vita.

Per le imprese non si tratta solo di “adempiere” a un obbligo, ma di sfruttare l’opportunità strategica della trasparenza nei confronti del consumatore nell’ambito della sostenibilità e della circolarità. La disponibilità di dati affidabili e certificabili lungo l’intero ciclo di vita del prodotto diventa un fattore competitivo: riduce i rischi di greenwashing, migliora la gestione della supply chain, facilita l’accesso ai mercati regolati e apre nuove forme di relazione con clienti e partner. In questo senso, il “passaporto” si sta trasformando da obbligo a infrastruttura di fiducia.

La macchina della fiducia

Qui entra in gioco la blockchain, non come moda tecnologica ma come abilitatore silenzioso, già a suo tempo battezzata dall’Economist come “Trust Machine”, macchina della fiducia. La sua funzione è quella di garantire che i dati inseriti nel passaporto digitale siano verificabili, non alterabili e attribuibili con certezza a chi li ha prodotti. Non è necessario che tutte le informazioni siano pubbliche: modelli ibridi consentono di rendere trasparente ciò che serve a clienti e autorità, mantenendo riservati i dati sensibili di business.

Le prime applicazioni mostrano già come questo approccio possa funzionare su larga scala. Nel fashion, uno dei settori apripista, i passaporti digitali sono utilizzati per tracciare l’origine dei materiali, certificare le condizioni di produzione e supportare il mercato del second hand e del riciclo. Un capo non è più un oggetto “muto”, ma un nodo informativo che continua a produrre valore anche dopo la vendita.

Dal 2025 il Digital Product Passport inizia a interessare in modo concreto alcuni comparti chiave, scelti per il loro impatto ambientale e per la complessità delle filiere. In particolare, il settore del tessile e della moda è stato il primo a essere coinvolto in modo esteso, anche per la pressione dei consumatori e la diffusione del re-sale.

Ma a essere interessati sono anche le batterie, in particolare per veicoli elettrici, dove tracciabilità e performance nel tempo sono essenziali, l’elettronica e gli elettrodomestici, con focus su riparabilità, durata e gestione dei rifiuti, e il comprato del packaging, sempre più al centro delle politiche di economia circolare. In questi ambiti il Digital Passport Product non è solo un’etichetta digitale, ma uno strumento operativo che collega produzione, logistica, assistenza e fine vita.

Nei prossimi anni il perimetro si allargherà. Settori come arredo, costruzioni, chimica, trasformazione agroalimentare e meccanica sono destinati a essere progressivamente inclusi. Per molte imprese industriali questo significa ripensare radicalmente la gestione dei dati di prodotto: non più documenti statici, ma flussi informativi continui, interoperabili e verificabili.

Incrocio tecnologico

È qui che il “passaporto digitale” incrocia temi più ampi come Industria 5.0, IoT e intelligenza artificiale. Sensori lungo la filiera possono alimentare automaticamente il passaporto con dati aggiornati; algoritmi di AI possono analizzarli per migliorare la progettazione o ridurre gli sprechi; la blockchain garantisce che tutto questo avvenga in modo affidabile, certificato e immutabile.

Per le imprese più avanzate la trasparenza non è più un costo, ma una leva strategica. Essere in grado di dimostrare — dati alla mano — come un prodotto è stato realizzato, con quali materiali e con quali impatti, diventa un elemento distintivo sui mercati internazionali, soprattutto in Europa.

Il Digital Product Passport consente anche di dialogare meglio con regolatori, investitori e clienti finali. In un contesto in cui le metriche Esg pesano sempre di più, la disponibilità di dati certificati riduce l’incertezza e rafforza la credibilità. E apre la strada a nuovi modelli di business: servizi post-vendita evoluti, manutenzione predittiva, estensione della vita utile dei prodotti, mercati secondari più strutturati.

La vera sfida, però, non è tecnica. È culturale e organizzativa. Implementare un Passaporto digitale del prodotto significa coordinare fornitori, subfornitori, partner logistici e distributori, spesso sparsi in più Paesi e, quindi, nche investire in competenze digitali, governance dei dati e interoperabilità dei sistemi.

Ma il messaggio che arriva dall’Europa è chiaro: la trasparenza non è più opzionale. Le imprese che iniziano ora a sperimentare, sfruttando tecnologie come la blockchain per costruire passaporti digitali affidabili, non stanno solo anticipando una norma. Stanno preparando il terreno per competere in un’economia in cui il valore non è più solo nel prodotto, ma nella storia che quel prodotto è in grado di raccontare.

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