Anche se l’India ospita una delle comunità musulmane più numerose al mondo, finora i suoi membri si sono astenuti dal partecipare al teso dibattito globale sull’Islam militante
Nel frattempo, in Afghanistan – un ginepraio per antonomasia – la Russia sta mobilitando i propri fantasmi per tenere gli Stati Uniti bloccati. «Quasi tre decenni dopo la fine della guerra dell’Unione sovietica in Afghanistan», riferisce Brahma Chellaney del Center for Policy Research di New Delhi, «la Russia si è data da fare per accaparrarsi un ruolo centrale negli affari afgani», non da ultimo «sostenendo i talebani in Afghanistan». Secondo Chellaney, l’obiettivo del presidente russo Vladimir Putin è «destabilizzare il governo afghano nello stesso modo in cui gli Stati Uniti, aiutando i ribelli siriani, hanno indebolito il regime di Bashar al-Assad sostenuto dalla Russia». Allo stesso tempo, «diventando un soggetto fondamentale in Afghanistan», dove i talebani hanno recentemente conquistato un distretto strategico nella provincia di Helmand, «la Russia può costringere l’America ad aver bisogno del suo aiuto per districarsi dalla guerra che imperversa nella regione».
La polveriera asiatica
L’America avrà anche bisogno di aiuto da un rivale nella penisola coreana, dove la Corea del Nord si sta adoperando per mettere a punto un missile balistico intercontinentale con testata nucleare in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Avendo il leader nordcoreano Kim Jong-un dato il benvenuto all’amministrazione Trump con un nuovo ciclo di test missilistici all’inizio dell’anno, Christopher Hill, vice segretario di Stato americano per l’Asia orientale, osserva che «Trump ha ora ereditato l’annoso problema della Corea del Nord, una crisi globale ricorrente che dagli anni ottanta figura tra le questioni più spinose nell’agenda di politica estera di ogni presidente americano». Hill non intravede «alternative valide», e invita a «dispiegare tutte le risorse disponibili, puntando soprattutto al rafforzamento dei rapporti diplomatici e alla cooperazione con la Cina».
Tuttavia, come Minghao Zhao del Charhar Institute di Pechino sottolinea, «Trump sembra deciso a rafforzare la pressione sulla Corea del Nord, anziché applicare la retorica della sua campagna elettorale e parlare direttamente con Kim». E il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha confermato l’interpretazione di Zhao, rifiutando apertamente di negoziare con la Corea del Nord e mettendo tutte le altre opzioni “sul tavolo”.
Trump sembra deciso a rafforzare la pressione sulla Corea del Nord, anziché applicare la retorica della sua campagna elettorale e parlare direttamente con Kim
Abbandonando la via della diplomazia, però, l’amministrazione Trump sta scartando la sua chance migliore – e unica – di risolvere la crisi. Secondo Yoon Young-kwan, ex ministro degli Esteri della Corea del Sud, una risposta militare è «una soluzione pericolosa e inefficace, perché probabilmente la Corea del Nord reagirebbe attaccando la Corea del Sud». E, come Hill, Yoon ci ricorda che l’applicazione di eventuali «sanzioni sufficientemente pesanti da indurre il leader della Corea del Nord a tornare sui suoi passi richiederà la collaborazione della Cina, e che ottenerla non sarà facile».
Una possibile soluzione, suggerisce Yoon, è che gli Usa portino avanti un dialogo parallelo sia con la Cina che con la Corea del Nord per placare in simultanea le preoccupazioni di entrambi i Paesi in relazione alla sicurezza. A tale scopo, egli propone che Trump «prometta alla Cina che la sua amministrazione non spingerà per un cambio di regime in Corea del Nord, offrendo invece garanzie sul piano della sicurezza se la Corea del Nord accetta di denuclearizzarsi»; oppure, in alternativa, «offra di ritirare il nuovo sistema missilistico americano Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) – a cui la Cina si era opposta – dalla Corea del Sud non appena la Corea del Nord avrà rinunciato al suo programma nucleare».
Anche Haass vede la necessità di intavolare negoziati, ma ritiene che gli «Stati Uniti dovrebbero porre dei limiti in tal senso». Ancor più importante, «non si possono fermare i test militari di routine da parte degli Usa e della Corea del Sud, poiché sono una componente di deterrenza e di difesa vista la minaccia militare posta dalla Corea del Nord». Haass suggerisce che, in cambio del «congelamento dell’arsenale missilistico e nucleare da parte della Corea del Nord, gli Stati Uniti e i loro partner offrano, oltre a negoziazioni dirette, l’allentamento delle sanzioni», accettando anche di «firmare, oltre sessant’anni dopo la fine della guerra di Corea, un accordo di pace con la Corea del Nord».
Chiudere la porta?
Tra i problemi infernali di oggi, quello riguardante il programma nucleare della Corea del Nord è senz’altro il più urgente. Se la Corea del Sud e il Giappone dovessero mai sentirsi costretti a sviluppare un programma nucleare – come Trump ha suggerito in un’occasione – potrebbe risultarne una corsa agli armamenti a livello regionale o persino globale. «Ciò darebbe adito a uno scenario estremamente pericoloso», sostiene Richard Weitz dell’Hudson Institute. «A parità di condizioni, un aumento degli Stati dotati di arsenale nucleare implica un maggior rischio di guerre, terrorismo e incidenti nucleari».
Tuttavia, anche se negli ultimi anni i problemi difficili si sono moltiplicati, la cooperazione internazionale ha ottenuto alcuni risultati importanti, come l’accordo sul nucleare iraniano, l’accordo sul clima di Parigi, e l’accordo di pace siglato tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle Farc. Il grosso interrogativo adesso è se tale collaborazione sarà ancora possibile nell’era di Trump, malgrado il suo essere imprevedibile e il suo disprezzare le leggi internazionali e le istituzioni “globaliste”.
A parità di condizioni, un aumento degli Stati dotati di arsenale nucleare implica un maggior rischio di guerre, terrorismo e incidenti nucleari
Se lo sarà, un’Europa unita, forte e sicura di sé sarà imprescindibile, e per Verhofstadt il raggiungimento di questo obiettivo presuppone che tutti gli Stati membri aderiscano a norme liberal-democratiche. Facendo appello all’Ue per «cominciare a difendere la democrazia liberale in Polonia prima che sia troppo tardi», Verhofstadt propone di «assoggettare le future erogazioni di fondi strutturali al rispetto dello stato di diritto da parte dei Paesi beneficiari». Come egli sottolinea, «è assurdo che oggi l’Ue disponga di strumenti per l’applicazione di regole di ogni tipo, da quelle sulla concorrenza a quelle sulla vigilanza, ma non per proteggere i suoi principi liberal-democratici fondamentali».
Inoltre, Palacio suggerisce che, per riuscire a promuovere un’azione coordinata, l’Ue dovrà mantenere la sua attuale struttura intergovernativa, «che sostanzialmente significa un’unione a guida tedesca». Tale risultato «non è quello che i suoi fondatori avevano immaginato», osserva, «ma è praticabile, purché gli europei riconoscano che questa è la strategia che hanno scelto e optino per un livello di cooperazione piuttosto elevato». Supponendo che «Angela Merkel riesca a restare in carica oltre settembre», conclude, un’Europa guidata dalla Germania «potrebbe non essere una cattiva soluzione» a fronte di «un mondo sempre più aggressivo».
Se però l’Europa va in fumo, la Cina continua a mantenere le distanze sul piano globale e Trump resiste, la cooperazione internazionale rischierà d’indebolirsi, così come le istituzioni che ne sono alla base. In tal caso, gli innumerevoli “problemi dall’inferno” di oggi si intensificheranno ulteriormente e ne attireranno di nuovi. Ciò che in teoria non sarebbe dovuto succedere di nuovo rischia, invece, di diventare routine.
Traduzione di Federica Frasca
Copyright: Project Syndicate, 2017