Il potere di fare politica con il passato
Il maestro di Busseto aggirava la censura ambientando le opere in tempi antichi, ma «Attila» e la «Battaglia di Legnano» lasciano emergere esempi di lotta per la libertà dall’oppressore
di Carla Moreni
5' di lettura
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A caldo, alla domanda sul fil rouge che collega tutte o quasi le opere di Verdi, la risposta uscirebbe esattamente come il titolo che si è scelto il Festival Verdi di quest’anno: Potere e politica. E l’amore? Certo che c’è, ovvio. Non può mancare. Ma è diverso. Non canta più solamente come un fatto privato. Non è l’oasi scontornata, a protezione dal mondo fuori. Perché a Verdi interessano parimenti interno ed esterno. E proprio questo confronto tra ideali individuali e sentire comune sarà la novità dirompente del suo teatro, l’ingrediente scatenante nella fucina del melodramma. Con il risultato che cambieranno non solo le forme della scrittura, ma anche il modo di ascoltare del pubblico. Così libertà e senso di patria diventano situazioni esemplari e costanti. Che vengono scolpite su monumentali figure eroiche, non importa se vincenti o – come più spesso – no. La ricostruzione storica esatta non è necessaria, non interessa. Quello che conta è che, pur se collocati in epoche passate – obbligatorio, per evitare la censura – politica e potere diventino palcoscenici per il mondo contemporaneo.
Batte sempre al presente il teatro di Verdi. Non hanno niente di museale o peggio di tombale titoli quali Attila, del 1846, scritto per la Fenice di Venezia, oppure La battaglia di Legnano, al debutto tre anni dopo, al Teatro Argentina di Roma. Spicchi di storia entrano negli stampi dei libretti, che sì, hanno le loro formule, ma dove alcuni versi le scavalcano, per diventare motti nella memoria. I cori ora piangono ora scalpitano.
E naturalmente le cabalette fioriscono energiche, nervose, volitive; nella ripetizione dei giri delle colorature infiammano animi e applausi. Scritte negli anni risorgimentali, fiduciosi di idee e di battaglie, le due opere dedicate al capo degli Unni e a Federico Barbarossa parlano di storia e di potere. Ingredienti che ritroviamo anche nelle altre due scelte dal Festival (edizione numero ventiquattro, dal 21 settembre al 20 ottobre, il centro a Parma, con estensioni a Busseto e Fidenza) ma con sfumature diverse. Prevale infatti il pessimismo degli affetti privati nel Ballo in maschera, 1859, per il Teatro Apollo di Roma, dove corte e intrighi rappresentano sì la molla della vicenda, ma nel nuovo stile di Verdi finiscono per restare di sfondo. I pentagrammi scavano il conflitto di tre anime che non possono trovare pacificazione, e lo intreccia con la voce nuova di un’indovina, che come una Parca sa già tutto. Nel Macbeth, in particolare nella versione di Parigi, del 1865, qui in programma, il Coro finale, “Patria oppressa” dietro la maschera della sontuosità dice delusioni e amarezze, anche oltre l’abisso di Shakespeare.
Quattro bandiere avrà il Verdi politico del Festival. Votato ad un eloquio tutto al presente, allora come oggi. Ma accanto al quartetto di Macbeth, Un ballo in maschera, La battaglia di Legnano e Attila si allineano tematicamente anche altri appuntamenti, compattando il cartellone, che diventa quasi un approfondimento monografico. Di riferimento, non solo di piacevolezze. Così colpisce che nella popolare “Verdi Street Parade”, la festa in musica che sabato 21 settembre alle 18 apre il programma, distribuendolo tra strade e piazze di Parma, compaia il Lacrimosa, estrapolato dalla Messa da Requiem. Pagina rituale nel passo e grave, a dipingere quel giorno di lacrime di un Dio potente, che giudica una folla piangente e implorante.
E ancora, nel gala verdiano, per il compleanno numero 211 del Maestro, giovedì 10 ottobre, al Teatro Regio, Francesco Lanzillotta sul podio della Filarmonica Toscanini e del Coro di casa, affidato come sempre alle cure preziose ed esperte di Martino Faggiani, di nuovo risuonerà la storia: emblematici I Vespri siciliani, con la Sinfonia fiammeggiante, il terzo atto di Ernani, il finale del primo di Simon Boccanegra, con Luca Salsi nel ruolo del titolo, e per concludere la magniloquente scena dell’autodafé, dal Don Carlo. Per un concerto da non perdere.


