Il potere delle donne
di Stuart Whatley, Ken Murphy, Jonathan Stein e Roman Frydman
13' di lettura
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La scorsa settimana, con una raffica di tweet, il presidente americano Donald Trump ha accusato Carmen Yulín Cruz, sindaco di San Juan, Puerto Rico, di “scarsa leadership” dopo che quest’ultima aveva osato criticare la risposta del governo federale Usa all’uragano Maria. Il capriccioso cinguettio di Trump ha un sapore del tutto paradossale: non era mai accaduto che l’elezione di un presidente americano spingesse alla disperata ricerca di leader alternativi in patria e all’estero.
Ma l’attacco di Trump ha altresì sollevato la questione di cosa significhi essere un leader politico in quest’era di ampollosità populista. Un tempo Thomas Jefferson metteva in guardia dai leader meschini che, come Trump, permettono alle “loro grevi passioni” di renderli “incapaci di lavorare per il proprio paese”. Come corollario all’osservazione di Jefferson, si può aggiungere che, in una società pluralista, la leadership richiede la volontà di confrontarsi con circostanze difficili e talvolta con scelte impossibili, in nome della res publica.
Cruz non è l’unico ufficiale pubblico donna ad aver affrontato – e nel suo caso, superato – un difficile test di leadership in questi giorni. In Giappone, Yuriko Koike, governatore di Tokyo e aspirante premier, ha dovuto rispondere repentinamente dopo che il primo ministro Shinzo Abe, pur dovendo fare i conti con le più gravi crisi di politica estera del Giappone dopo decenni, ha indetto le elezioni anticipate per consolidare la sua maggioranza parlamentare. Abe, temendo la crescente popolarità di Koike sulla scia della sua schiacciante vittoria alle elezioni per l’Assemblea cittadina di Tokyo la scorsa estate, sperava di prenderla in contropiede. Ma Koike ha annunciato la formazione di un nuovo partito politico, che intende guidare fino alle elezioni mantenendo la sua carica attuale. Se vincerà, dovrà affrontare il dilemma meno invidiabile di sempre: rispondere alla minaccia nucleare del regime nord-coreano.
Nel frattempo, in Germania, la cancelliera Angela Merkel, un faro di liberalismo in un’epoca illiberale, deve governare dopo un’elezione in cui l’estrema destra ha raccolto consensi senza precedenti. E negli Stati Uniti, il presidente della Federal Reserve Janet Yellen sta, per certi versi, sopportando il peso dell’economia americana sulle proprie spalle, mentre tenta di riportare la politica monetaria alla “normalità” in condizioni domestiche ed esterne che restano fortemente incerte.
E nel sud-est asiatico, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha testato – e secondo molti superato – i limiti del compromesso morale. Come leader di fatto del governo civile del Myanmar, Suu Kyi ha risposto alla catastrofe umanitaria che sta affliggendo la minoranza musulmana del paese in un modo che l’ha resa in qualche modo complice, per la delusione dei suoi ex sostenitori.
Le donne al potere riempiono le prime pagine, così i commentatori di Project Syndicate ci forniscono un quadro approfondito delle loro sfide. Se c’è qualcosa da imparare dalle esperienze di queste donne, è che i leader più validi sono coloro che riescono a trascendere le “grevi passioni” e l’ottusità politica delle loro società – e spesso dei propri partiti.








