Il polo svizzero non teme l’insidia made in China
La manifattura elvetica considera il grande mercato come uno dei tre sbocchi principali (insieme a Stati Uniti e Hong Kong ) per i prodotti di alta gamma, ma non ritiene che l’industria cinese sia un potenziale concorrente
di Lino Terlizzi
3' di lettura
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N ei primi dieci mesi 2020 la Cina è stata il primo mercato di esportazione per gli orologi svizzeri, davanti a Usa e Hong Kong. Nel 2019 il primato era ancora di Hong Kong, ma la miscela di turbolenze politiche nell’ex colonia britannica e di effetti del coronavirus ha favorito il balzo della Cina, che a fine ottobre era al primo posto. Tra i dieci maggiori mercati, la Cina (+11,3%) è l’unica ad aver registrato un aumento su base annua nei dieci mesi. Questa posizione è stata conquistata dentro una flessione complessiva nel periodo dell’export elvetico (-25,8%), legata al virus, è vero, con la sola Cina che da giugno si è sottratta alla cappa Covid-19. Si tratta comunque di un’altra conferma del ruolo strutturale della Cina nel settore.
Il polo svizzero degli orologi è il maggiore a livello mondiale per fatturato ed esporta oltre il 90% della sua produzione. I dati sull’export sono un indicatore importante. Tra le domande che percorrono il settore ce ne sono ora due che riguardano specificamente le dinamiche della Cina: sino a quando il mercato cinese farà da traino principale all'export rossocrociato? Una parte del mercato cinese si sposterà verso acquisti più consistenti di marchi locali?
Sulla prima domanda le risposte di molti esperti vanno in direzione della permanenza della Cina ai vertici; primo, secondo o terzo che sia per l'export svizzero a seconda delle fasi, il mercato cinese è talmente ampio e articolato da rimanere in un modo o nell'altro in prima fila per l'industria dei segnatempo elvetici. Dopo aver superato alcune flessioni negli anni scorsi, legate sia a rallentamenti dell'economia sia a norme più restrittive per i beni di lusso, la Cina sembra ora aver ripreso un passo robusto. Semmai, una delle novità di questa fase, con i viaggi all'estero molto limitati, è l'aumento di acquisti in patria. Ma ciò rafforza per alcuni aspetti il mercato cinese in quanto tale, sempre ammesso naturalmente che il gigante riesca a tenere Covid-19 nell'angolo.
Sulla seconda domanda ci sono risposte diverse, a cui si arriva analizzando il quadro. Se i produttori svizzeri sono leader nel fatturato, i produttori asiatici (con i cinesi in primo piano) sono leader nei volumi, cioè nelle quantità prodotte. L'industria elvetica è presente anche nelle gamme di base e media, ma è forte soprattutto nelle gamme medio-alta e alta. A conferma, il prezzo medio all'export degli orologi svizzeri tende ad essere alto ed è stato di 998 dollari (846 euro) nel 2019 secondo la Federazione dell'industria orologiera svizzera (Fh), che indica come prezzo medio all'export cinese qualcosa di molto lontano, cioè 4 dollari (3,4 euro).
Stiamo parlando di export, ma tutto ciò può dare un'idea anche del quadro del mercato interno cinese. Secondo una parte degli operatori in Cina c'è un grande spazio per la crescita di marchi locali anche al di fuori della gamma di base, pure in concorrenza con gli orologi svizzeri. Per la China Horologe Association (Cha), citata recentemente dal Financial Times, ci sono oltre 200 marchi principali attivi in Cina e non mancano a questo punto gruppi cinesi che stanno avanzando anche in produzioni di orologi con tassi maggiori di qualità. Altri operatori attivi in Asia condividono, ma indicano che il processo sarà probabilmente lento.


