Lo scenario

Il Pil dell’avvocatura a 15,5 miliardi (+5,2%). Ma pesano gli squilibri

A produrre il 30% del fatturato del settore è soltanto l’1,5% dei 233mila avvocati. Il reddito medio è raggiunto dopo 15 anni di attività

di Valeria Uva

(Illustrazione di Jacopo Rosati)

3' di lettura

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Non è solo una questione di redditi: la fotografia dell’avvocatura nel 2025 raffigura ancora un’Italia divisa in due, massimo tre zone, polarizzate e lontane tra di loro. Ma non soltanto a livello economico. I divari sono numerosi anche se tutti insieme poi contribuiscono ad approfondire le distanze economiche.

Nell’insieme, però, la professione conosce, per la prima volta dopo la pandemia, segnali importanti di ripresa: il Pil dell’avvocatura (ovvero il volume d’affari complessivo ) dichiarato nel 2024 (e quindi prodotto nel 2023) ha raggiunto i 15,5 miliardi (+5,2% sull’anno precedente, appena sotto l’ inflazione), mentre il reddito complessivo Irpef ha superato i dieci miliardi (+5,6%) e il dato del reddito singolo con una media di 47.678mila euro ha saputo battere l’inflazione (+6,8% rispetto al 2022). Ma il quadro complessivo – come ci mostrano i dati dell’ultimo Rapporto Censis-Cassa forense sull’avvocatura – è molto articolato e, appunto, attraversato da profonde differenze: reddituali, territoriali, di genere e di età.

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La piramide dei redditi

Guardando nel dettaglio redditi e fatturati dei 233.260 avvocati iscritti a Cassa forense, emergono le prime grandi distanze. Il reddito medio di 47mila euro viene raggiunto dagli uomini dopo i 15 anni di attività e arriva al suo apice, in valore assoluto con almeno 35 anni di anzianità (ma prima erano 39). Anche se, in realtà, le donne, da sole, non ci arrivano mai: al massimo dichiarano 38.652 euro, a cui arrivano al top della carriera tra i 55 e i 59 anni. Il gender pay gap infatti resta tra i più alti tra le libere professioni: le avvocate incassano la metà degli uomini: 31.115 euro contro 62.456.

Un divario su cui Cassa Forense ha da tempo focalizzato l’attenzione. «Abbiamo ideato misure di welfare in favore delle avvocate – ricorda la neopresidente Maria Annunziata – per elidere, seppure parzialmente, le oggettive difficoltà di conciliare gli impegni familiari con la professione, come i contributi per i figli nati o adottati o affidati, il contributo per le spese di frequenza di centri estivi, per l’assistenza ai familiari in condizioni di non autosufficienza, per le famiglie monogenitoriali».

Ma c’è una distanza eccessiva anche tra i tanti alla base della piramide dei redditi e il vertice. Il Pil dell’avvocatura è prodotto soprattutto da una élite (in gran parte appartenenti ai grandi studi della consulenza d’affari): sono 3.596 (l’1,5% degli iscritti) a dichiarare un volume d’affari sopra i 500mila euro e a contribuire con oltre 4,6 miliardi di fatturato per il 29,5% al Pil. Al contrario, invece, alla base della piramide il 27% degli iscritti (oltre 54mila) ha un volume d’affari tra 1 e 16.950 euro e quindi produce 453 milioni, il 2,9% del fatturato complessivo.

Gli altri divari

Il 64% degli avvocati opera in uno studio unipersonale. Ma oggi il mercato richiede competenze multidisciplinari e premia anche in termini di redditività il modello societario o dello studio associato (dove opera poco meno del 10% degli iscritti). Lo ha chiaro la presidente Annunciata che punta sempre sul welfare per invertire la tendenza: «Il nostro compito sarà di incrementare le misure di welfare finalizzate alla implementazione negli studi legali delle nuove tecnologie, alla spinta verso forme più strutturate di aggregazione professionale multidisciplinare, alla individuazione di nuovi spazi di mercato attraverso la predisposizione di specifici e qualificati corsi di formazione».

Sull’asse Nord-Sud corrono poi ulteriori divari organizzativi. Se nel complesso il 58% del fatturato di uno studio legale deriva ancora dalla attività giudiziale (in genere meno redditizia), la percentuale si abbassa in Lombardia e Alto Adige, mentre è ampiamente sopra al 60% in tutte le Regioni del Sud. In parallelo nel Mezzogiorno supera ampiamente il 70% la quota di avvocati in regime forfettario (che “inchioda” il reddito al di sotto degli 85mila euro e impedisce la scelta del più evoluto modello societario). Per fare un paragone, in Lombardia e Trentino Alto Adige la stessa quota scende al di sotto del 55 per cento.

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