Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
di Valeria Uva
3' di lettura
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Non è solo una questione di redditi: la fotografia dell’avvocatura nel 2025 raffigura ancora un’Italia divisa in due, massimo tre zone, polarizzate e lontane tra di loro. Ma non soltanto a livello economico. I divari sono numerosi anche se tutti insieme poi contribuiscono ad approfondire le distanze economiche.
Nell’insieme, però, la professione conosce, per la prima volta dopo la pandemia, segnali importanti di ripresa: il Pil dell’avvocatura (ovvero il volume d’affari complessivo ) dichiarato nel 2024 (e quindi prodotto nel 2023) ha raggiunto i 15,5 miliardi (+5,2% sull’anno precedente, appena sotto l’ inflazione), mentre il reddito complessivo Irpef ha superato i dieci miliardi (+5,6%) e il dato del reddito singolo con una media di 47.678mila euro ha saputo battere l’inflazione (+6,8% rispetto al 2022). Ma il quadro complessivo – come ci mostrano i dati dell’ultimo Rapporto Censis-Cassa forense sull’avvocatura – è molto articolato e, appunto, attraversato da profonde differenze: reddituali, territoriali, di genere e di età.
Guardando nel dettaglio redditi e fatturati dei 233.260 avvocati iscritti a Cassa forense, emergono le prime grandi distanze. Il reddito medio di 47mila euro viene raggiunto dagli uomini dopo i 15 anni di attività e arriva al suo apice, in valore assoluto con almeno 35 anni di anzianità (ma prima erano 39). Anche se, in realtà, le donne, da sole, non ci arrivano mai: al massimo dichiarano 38.652 euro, a cui arrivano al top della carriera tra i 55 e i 59 anni. Il gender pay gap infatti resta tra i più alti tra le libere professioni: le avvocate incassano la metà degli uomini: 31.115 euro contro 62.456.
Un divario su cui Cassa Forense ha da tempo focalizzato l’attenzione. «Abbiamo ideato misure di welfare in favore delle avvocate – ricorda la neopresidente Maria Annunziata – per elidere, seppure parzialmente, le oggettive difficoltà di conciliare gli impegni familiari con la professione, come i contributi per i figli nati o adottati o affidati, il contributo per le spese di frequenza di centri estivi, per l’assistenza ai familiari in condizioni di non autosufficienza, per le famiglie monogenitoriali».
Ma c’è una distanza eccessiva anche tra i tanti alla base della piramide dei redditi e il vertice. Il Pil dell’avvocatura è prodotto soprattutto da una élite (in gran parte appartenenti ai grandi studi della consulenza d’affari): sono 3.596 (l’1,5% degli iscritti) a dichiarare un volume d’affari sopra i 500mila euro e a contribuire con oltre 4,6 miliardi di fatturato per il 29,5% al Pil. Al contrario, invece, alla base della piramide il 27% degli iscritti (oltre 54mila) ha un volume d’affari tra 1 e 16.950 euro e quindi produce 453 milioni, il 2,9% del fatturato complessivo.