Piano Rearm Europe

Il piano di riarmo europeo spacca il governo e divide i partiti

Divisioni all’interno dei singoli partiti dopo la presentazione al Consiglio straordinario di un Piano di riarmo da parte di von der Leyen

di Martina Amante

Ursula Von Der Leyen. (Imagoeconomica)

3' di lettura

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Il piano “ReArm Europe” proposto dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen che dovrebbe mobilitare 800 miliardi di euro in ambito militare spacca le coalizioni politiche italiane, a partire dalla maggioranza che sostiene il governo. Non solo: crea distinzioni all’interno degli stessi partiti, come accade nel Partito democratico.

Le distanze nella maggioranza

Sul fronte del centrodestra la contrarietà del segretario della Lega Matteo Salvini è netta: «È il paradosso europeo - dice il vicepremier -: non si poteva investire un euro in più per sanità e scuola, mentre ora si possono spendere 800 miliardi per la difesa comune? Se oggi avessimo un esercito europeo, Francia e Germania ci avrebbero già mandato in guerra». Bocciatura del piano von der Leyen da parte del ministro dell’Economia ed esponente della Lega Giancarlo Giorgetti per il quale la difesa e sicurezza europea «implica un programma ragionato meditato di investimenti in infrastrutture militari che abbiano un senso, e non fatto in fretta e furia senza una logica».

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Di parere opposto l’altro vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani: «Noi siamo sempre stati a favore della difesa europea, era il grande sogno di De Gasperi e poi di Berlusconi e se adesso si concretizza questo sogno non può che essere un fatto positivo». Quanto al giudizio di Giorgetti il ministro dell’economia dice :«Quella è l’opinione di Giorgetti, a me invece pare essere un buon piano che dovremmo applicare e studiare, io certamente lo sostengo». Per un’esponente azzurra come la senatrice Licia Ronzulli, però, «c’è stato un errore di comunicazione da parte della Commissione europea. Credo che von der Leyen abbia sbagliato totalmente l’utilizzo della parola “riarmo”, bastava chiamarlo “Defend Europe” e non “Rearm Europe”.

La prudenza della premier

La premier Giorgia Meloni è restata prudente: ha preso posizione solo al termine del Consiglio europeo del 6 marzo.

Cautela perciò dal suo partito, Fratelli d’Italia. A parlare è stato Fabio Rampelli, che ha commentato la bocciatura del piano Ue di riarmo da parte del ministro dell’Economia: «La parola “armi”, dopo decenni di finto e ipocrita pacifismo, è diventata impronunciabile in Italia». Rampelli, con la sua dichiarazione, sostiene il Governo «Italia ed Europa sono state difese dalle testate nucleari americane, non dai sit-in arcobaleno, abbiamo partecipato alle missioni di pace con gli eserciti, non con i cortei». Più sei forte più puoi costruire la pace, sarebbe l’idea del vice presidente della Camera: «Si chiama “deterrenza”, più sei indifeso e più sei preda di chi ha intenzioni ostili. Più sei forte più puoi costruire la pace. Lo dimostrano gli Usa in queste ore: possono far cessare le ostilità perché sono una potenza militare, altrimenti non se li filerebbe nessuno».

Quanto all’utilizzo dei fondi di coesione europei per le spese militari il vice presidente della Commissione europea, Raffaele Fitto, dice: «Mi sembra fuorviante costruire una polemica su questo, è una esigenza che c’è e ci sono Stati che la vogliono e la possono utilizzare».

L’equilibrio precario del Pd

Divisioni profonde, sulla sponda del centrosinistra, attraversano il Pd. membro del gruppo dei Socialisti e democratici che sostiene la commissione di Bruxelles. La segretaria del Pd Elly Schlein ha detto chiaramente che quella di von der Leyen «non è la strada che serve all’Europa». Al contrario, per Paolo Gentiloni, ex commissario Ue ed esponente di rilievo del Pd, si tratta di «un primo passo» che va «nella direzione giusta». La segretaria dem ha cercato di ridimensionare la distanza facendo notare che i dem sono «un partito plurale» e che «è normale che ci sia discussione». Ma le differenze restano.

M5S: piano spese folli? grazie Meloni

Tra i primi a schierarsi contro il piano von der Leyen è stato il leader di M5S Giuseppe Conte che ha parlato di «furia bellicista» da contrastare «in ogni modo». Per poi puntare il dito contro la premier italiana: «È stata Meloni a firmare i folli vincoli europei che ci costringono a stringere la cinghia su sanità, scuola e servizi (Patto di stabilità) ed è stata sempre Meloni a insistere per avere via libera per la spesa sfrenata in armi». E ancora: «Tutto questo non era nel loro programma elettorale e non risulta che i cittadini li abbiano votati dandogli questo mandato».


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