Cosa ci viene in mente quando pensiamo al patrimonio culturale italiano? Forse, la prima immagine che ci sovviene è quella familiare e rassicurante di piazze, musei, monumenti, parchi che narrano storie dal passato e si intrecciano con le nostre emozioni e memorie. Ma oggi quel panorama ci chiede qualcosa in più: non solo di essere tutelato, ma di essere messo in gioco come risorsa viva, capace di generare valore, opportunità, comunità.
È con questa visione che nasce e opera la Fondazione Changes – acronimo di Cultural Heritage Active Innovation for Next-Gen Sustainable Society. Il nostro compito non è semplicemente conoscere e custodire, ma aprire e abilitare: far dialogare ricerca, tecnologia e imprese; moltiplicare le relazioni tra chi studia, chi opera nel settore e i cittadini; proporre al patrimonio ruoli innovativi per il tempo presente.
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La Fondazione è il cuore operativo di un partenariato esteso a scala nazionale (sono venticinque i partner tra università, enti di ricerca, imprese) che opera nell’ambito del Pnrr come hub strategico per il patrimonio culturale italiano. Mette in rete nove Spoke tematici – dai paesaggi storici alle tecnologie virtuali per musei, dalle risorse culturali per il turismo sostenibile alla resilienza e tutela dei beni culturali di fronte ai rischi naturali e antropici – ciascuno progettato per generare conoscenze applicabili e servizi concreti.
Non è una mera infrastruttura tecnologica: Changes è un laboratorio di modelli, sperimentazioni, prototipi con un respiro nazionale. Vogliamo che ciò che funziona in un contesto possa essere adottato (e adattato) altrove: dalle collezioni dei grandi musei ai siti del patrimonio diffuso, dalle grandi città ai piccoli borghi. In questo orizzonte, il concetto stesso di “valorizzazione” cambia: non è solo marketing culturale, ma processo inclusivo che parte dalle comunità e attiva competenze locali.
I modelli che ispirano il nostro lavoro seguono tre direttrici fondamentali. In primo luogo, ricerca, impresa, istituzioni e società civile che collaborano in modo stabile, non occasionale. Non vogliamo interventi calati dall’alto, ma piattaforme cooperative costruite su rapporti strutturali. In secondo luogo, i dati (archivistici, 3D, diagnostici) che sviluppiamo devono essere pienamente accessibili, interoperabili e riutilizzabili, nel rispetto degli standard internazionali. L’ultima direttrice riguarda la sostenibilità sociale e territoriale: nello spirito della Convenzione di Faro, che mette in relazione patrimonio culturale, diritti umani e sviluppo sociale e democratico, Changes mira a ridurre il divario tra chi ha accesso al patrimonio e chi ne resta ai margini.
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Questi modelli guidano le scelte progettuali. Ad esempio, lo Spoke “Virtual Technologies for Museums and Art Collections” sperimenta gemelli digitali e ambienti immersivi in formato aperto, con un occhio all’efficacia economica e alla replicabilità, non alla mera meraviglia tecnologica. O ancora, lo Spoke dedicato alla protezione del patrimonio contro rischi naturali e antropici studia protocolli per difendere monumenti esposti ai cambiamenti climatici, proponendo algoritmi, sensori e modelli di manutenzione predittiva, quali per esempio la “control room” per il monitoraggio multirischio e l’alert in tempo reale installata all’Aquila grazie al progetto.
Se dovessi sintetizzare le sfide che Changes intende affrontare, sceglierei tre priorità concrete. La prima: creare soluzioni con impatto reale. Non basta sviluppare prototipi di eccellenza: vogliamo passare alla fase in cui quei prototipi diventano strumenti d’uso quotidiano per musei, sistemi territoriali, amministrazioni locali. Per farlo servono infrastrutture stabili, coalizioni tra vari attori a livello territoriale e formazione del personale. La seconda è quella di continuare a coltivare nuove generazioni di ricercatori multidisciplinari, che sappiano leggere codici umanistici e scrivere linee di software, ma anche dialogare con comunità, enti locali e professionisti. Changes ha già attivato corsi e una summer school di coprogettazione tra ricercatori e imprese per costruire questa “nuova mediazione”. Infine, miriamo a far dialogare il patrimonio con le comunità e la contemporaneità. In ogni progetto vogliamo che le comunità (locali, culturali, produttive) siano parte attiva: non destinatari, ma co-progettisti. Solo così il patrimonio diventa motore di coesione, non di esclusione.
In questi mesi, al fianco di molti colleghi, ho visto emergere progetti che traducono l’astratto in azione concreta: dalla digitalizzazione partecipata di archivi dialettali al monitoraggio ambientale su siti monumentali; dallo sviluppo di materiali ecocompatibili per il restauro fino a sperimentazioni immersive per musei. Ogni piccolo tassello ci insegna che il patrimonio – se partecipato e progettato con cura – può rigenerare territori.
E dico “territori” al plurale perché l’Italia non è un monolite: le soluzioni che valgono in un contesto urbano non sono replicabili senza adeguamenti nelle aree interne; la nostra sfida è costruire un sistema adattivo, non un modello rigido.
Con Changes stiamo mettendo semi per un’Italia che pensa al patrimonio non come passato da conservare, ma come chiave per costruire senso e lavoro, per rendere questo bene comune per eccellenza il motore di uno sviluppo più autentico e sostenibile. Se sapremo mantenere viva questa connessione tra ricerca e comunità, tra tecnologia e cura umana, potremo davvero cambiare passo. È questa la promessa che oggi siamo chiamati a mantenere: far diventare il patrimonio un vero fattore di trasformazione, non un monumento del passato ma un ponte verso il futuro.
In questa puntata parliamo dei nuovi mutui fino a 40 anni che possono aumentare la cifra finanziabile per gli under 36; delle nuove regole europee sugli imballaggi e di cosa cambia per imprese e consumatori;...