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Il passato come capitale: così l’industria della moda riscopre gli archivi

Nel suo nuovo lavoro Sofia Gnoli indaga come le maison stiano sempre più considerando il loro patrimonio creativo come asset primario per il futuro. E non solo a fini creativi

di Chiara Beghelli

Una sala del Museo Pucci a Firenze

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Molto prima che una decina di anni fa Christie’s e Sotheby’s si accorgessero delle potenzialità delle aste di abiti e accessori dei grandi marchi della moda, a Milano – correva l’anno 2000 – Il Ponte organizzava la prima asta dedicata a Yves Saint Laurent. Visto il successo della categoria, nel 2010 aprì il primo dipartimento di fashion vintage, quando per tutti gli altri protagonisti del settore la moda era ancora qualcosa da relegare al dipartimento delle arti decorative insieme ad arazzi e costumi d’epoca.

Un anno dopo, nel 2011, comprando la quota detenuta da Prada, Lvmh diventava azionista di maggioranza di Fendi, inaugurando una lunga serie di acquisizioni secondo una formula destinata a cambiare la moda e i suoi marchi, legandoli strettamente alla finanza e alla necessità di diventare generatori globali di desiderio. Un obiettivo da ottenere anche rendendo il loro passato, spesso glorioso quanto impolverato, un fattore di crescita delle vendite, e identificando nel loro heritage un favoloso moltiplicatore. Nel suo nuovo Archeologia della moda Sofia Gnoli conduce uno scavo stratigrafico che permette di identificare questa peculiare relazione della moda con il suo passato, sempre sospesa fra creatività e business, per comprendere come sia diventato una cruciale fonte di alimentazione del suo futuro.

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Uno dei casi più interessanti del ricco e colto volume è quello di Christian Dior, che morì appena dieci anni dopo aver fondato la sua maison, nel 1957: alcuni dei suoi numerosi successori ne sono stati la mente creativa per un periodo più lungo, a partire da John Galliano, che diresse l’atelier per 15 anni. E tutti hanno affrontato lo stesso dilemma: come conciliare gli elementi che decretarono il successo di monsieur Dior con una personale visione, con il fluire del tempo e con l’intrinseca, necessaria tensione della moda verso la novità? Non è un caso che Dior sia diventato uno dei marchi che amano di più i musei e le mostre: già nel 1988 la villa del couturier a Granville divenne il primo museo a lui dedicato.

Ma torniamo a Lvmh: l’anno prima Bernard Arnault, ancora imprenditore dell’immobiliare, aveva deciso di investire su Dior, che aveva rilevato nel 1984 ormai al languore, rendendolo il nucleo originario del suo nascente impero del lusso. Non a caso, secondo Arnault, «l’innovazione è più potente quando scaturisce da un’heritage preservata», dunque un marchio è tanto più desiderabile quanto più capace di far riconoscere la dignità conferitagli dal suo passato, che ne alimenta la rilevanza nel presente e ne rende più solido il futuro, peraltro in un’industria sempre più affollata.

Accessori Flora, Gucci, primi anni 2000 (Courtesy of Bertolami Fine Arts)

Gnoli esamina con dovizia anche il caso di Karl Lagerfeld: già impegnato da Fendi, nei primi anni 80 firmò la resurrezione di Chanel, maison che secondo le sue stesse parole all’epoca era «indossata solo dalle mogli dei medici parigini». Di Coco riprese lo spirito originario nella libertà, fluidità, nell’irriverenza persino, ma recuperando dall’archivio elementi significativi quanto minori – le camelie, le perle mescolate alle catene – rendendoli emblemi della sua nuova Chanel come se lo fossero sempre stati.

Il rilancio di un marchio può passare anche da riferimenti fedelissimi, come dimostra quello già firmato con successo da Daniel Roseberry per Schiaparelli, o quello in fieri da Gucci ad opera del nuovo direttore creativo Demna, che nella sua prima collezione ha fatto incetta di motivi iconici del marchio. Gucci, peraltro, è fra gli ormai numerosi marchi ad avere un suo spazio museale e ad aver organizzato mostre itineranti del suo archivio, formulate come eventi artistici ma anche come efficaci esperienze di heritage branding globale.

Dopo aver passato in rassegna altri aspetti della relazione fra dimensioni temporali della moda, come il boom del vintage, e raccontato le collezioni private più importanti, il libro si chiude con una ricca guida ai musei di moda, in Italia e nel mondo, e offre un ulteriore spunto di riflessione: conquistata ormai piena dignità grazie ai marchi che li alimentano, i musei di moda sono diventati marchi essi stessi.

Con oltre 660mila visitatori, nel 2011 “Alexander McQueen: Savage Beauty” è stata tra le mostre più visitate fra quelle organizzate al Costume Institute del Metropolitan Museum di New York

Il caso più noto è quello del Costume Institute del Metropolitan di New York, storico regno di Diana Vreeland prima e di Anna Wintour poi, per sostenere il quale ogni primo lunedì di maggio si organizza uno stellare Gala di raccolta fondi che è vetrina per marchi, celebrities e sponsor: soprattutto negli ultimi anni fra questi compaiono sempre più spesso membri dell’industria tech – Amazon, Apple, Tik Tok – che amano associarsi a questo passato per costruire e dare dignità al proprio, ancora ristretto.

“LOUVRE COUTURE. Oggetti d’arte, oggetti di moda”, nel 2025 al Louvre di Parigi

Alla fine, nel 2025 anche il Louvre ha abbracciato la moda, organizzando la prima mostra dedicata specificatamente al tema, pur se senza rinunciare alla priorità del dialogo con la sua collezione, per cui un abito di Rabanne era associato a un’armatura rinascimentale e uno di Dolce&Gabbana a un mosaico bizantino. E pensare che nel 1985, quando le sempre pionieristiche sorelle Fendi organizzarono una mostra sui primi 20 anni di Karl Lagerfeld alla guida creativa della loro azienda, ci fu un’interrogazione parlamentare sull’incresciosa scelta della Galleria d’Arte Moderna di Roma di concedere loro i suoi venerandi spazi.

Sofia Gnoli, “Archeologia della moda”, Carocci editore, Roma.
Pagg. 260, 25 euro

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