Il paradosso del troppo: il vero problema dell’Italia è l’eccesso di bellezza
Troppe opere d’arte, troppo talento, troppi monumenti, palazzi, musei e città degni di nota. Per Maurizio di Robilant bisogna smettere di vivere anestetizzati e dare per scontata la ricchezza estetica, artigianale e artistica.
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In Italia la bellezza è così onnipresente da risultare, talvolta, impercettibile. È un elemento atmosferico, una sovrabbondanza che anestetizza e ciò che altrove sarebbe epifania da noi diventa un semplice contesto. Maurizio di Robilant, fondatore della Fondazione Italia Patria della Bellezza, ha costruito la propria azione attorno a questa paradossale invisibilità: la bellezza come patrimonio dissipato per eccesso, come ricchezza che non si sa leggere. «Quella stessa parola, bellezza, è la prima che gli stranieri associano al nostro Paese. Il mondo lo sa, noi no», osserva con tono asciutto, quasi antropologico. In quel noi si concentra la chiave del progetto: un popolo che convive con la grazia senza avvertirne il peso e che necessita di strumenti per riconoscerla e valorizzarla. La Fondazione nasce proprio per colmare questo scarto tra realtà e coscienza, tra talento diffuso e narrazione che dovrebbe sostenerlo.
Non è un’istituzione estetizzante, ma un organismo di alfabetizzazione civica che offre strumenti comunicativi a chi genera bellezza senza avere la lingua per raccontarla. «Chi produce bellezza non ha quasi mai i mezzi – economici o culturali –per comunicarla», sottolinea di Robilant. I numeri del progetto parlano di costanza: bandi annuali, consulenze pro bono e interventi mirati per un valore complessivo di 3,6 milioni di euro distribuiti in cinque anni e più di 660 progetti esaminati. Non un gesto spettacolare, ma una tessitura lenta e metodica, quasi monastica. Questa costanza si traduce poi anche in ricerca teorica. Al recente Forum della Bellezza di Torino (è la prima volta che lascia Milano), la Fondazione ha presentato la collaborazione con l’Alta Scuola Politecnica, un programma internazionale multidisciplinare dei Politecnici di Milano e Torino che misura l’impatto sociale, emotivo e territoriale della bellezza. L’obiettivo non è astratto: sostenibilità, coesione, sviluppo culturale e senso di identità locale diventano variabili di un’estetica applicata che non vuole più essere mera decorazione, ma infrastruttura civica. «L’arte non è contemplazione», precisa il presidente, «ma trasformazione, un ponte tra individuo e comunità».
Ed è così che i luoghi sostenuti vanno a formare una mappa dell’improbabile, un’Italia dove il talento – «fondamentale e alla base di tutto» – non è ornamento, ma azione. In Sicilia, ad esempio, il Teatro Andromeda di Santo Stefano Quisquina (Ag) nasce dall’ossessione di un poeta-pastore per le costellazioni, traducendo il cielo in pietra e spazio scenico. In Calabria, il MuSaBa di Mammola realizza il sogno di Nik Spatari e Hiske Maas con mosaici, architetture e miti mediterranei fusi in un parco-museo che sono un’utopia concretizzata. In Sardegna, il Museo Organica fa dialogare scultura e natura lungo sentieri immersi nella macchia mediterranea, mentre l’ex borgo minerario dell’Argentiera, riattivato da LandWorks, mostra come un paesaggio industriale possa trasformarsi in un luogo di produzione culturale.
Spostandoci più al Nord – ci fa notare di Robilant – gli Horti del Collegio Borromeo a Pavia reinventano 35mila metri quadrati come spazio pubblico dove arte contemporanea, inclusione sociale e biodiversità diventano una liturgia laica della cura, mentre in Toscana, la discarica di Peccioli si trasforma in un museo a cielo aperto con anfiteatri, installazioni monumentali e performance artistiche, «un’operazione che ribalta le gerarchie del decoro e del valore». Altri esempi sono il Salgemma Lungro Festival, «poco conosciuto ma tutto da scoprire», che restituisce vita a una miniera chiusa da decenni, e Va’ Sentiero, il trekking di 8mila chilometri «che mappa non solo la geografia, ma l’esperienza sociale dei territori marginali». Questi luoghi formano una costellazione di bellezza attiva, una geografia del talento contemporaneo dove la creatività non è estetica passiva, ma pratica civica e responsabilità sociale. «La bellezza», spiega ancora, «è un processo fatto di etica, patrimonio, immaginazione, possibilità, ingegno, creatività, territorio, comunità, talento, dedizione, ispirazione e futuro, un vero e proprio strumento di progresso civile».
Se la Fondazione ha una vera ambizione, è proprio questa: restituire alla bellezza la sua gravità originaria, non come privilegio contemplativo, ma come forza trasformativa capace di ridefinire territori, comunità e saperi. In questo senso, l’Italia che promuove, racconta e tutela di Robilant e il suo gruppo, non è quella delle cartoline o delle guide turistiche, ma un laboratorio infinito sospeso tra memoria e invenzione, tra gesto individuale e bene comune dove il talento vero ha la sua forza e il suo peso. Del resto, visitare un teatro o percorrere un bosco che è museo a cielo aperto, o camminare tra le geometrie di una miniera dismessa non è un esercizio estetico, ma un incontro con ciò che l’Italia potrebbe diventare se decidesse di misurare il proprio futuro sulla lunghezza d’onda del talento e non sulla nostalgia del passato. In queste esperienze, la bellezza smette di essere ornamento e diventa tensione morale, un esercizio civico e una sperimentazione continua. La sfida di Maurizio di Robilant è radicale: trasformare l’Italia da Paese di bellezza in Paese di intelligenza estetica, «dove il talento non è latente, ma visibile, misurabile, capace di incidere sulla società». È così che quell’idea –fragile e potente insieme – prende forma rivelando un principio semplice, ma pericolosamente necessario: «La bellezza italiana non è un dono ereditato, ma una promessa da realizzare»












