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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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È tale l’attenzione rivolta alla corsa per la Casa Bianca che si tende a dimenticare che le elezioni del prossimo 5 novembre decideranno anche quale partito controllerà la Camera e il Senato. E questo non è proprio cosa di poco conto.
Supponiamo che Trump vinca.
Farebbe una bella differenza se avesse dalla sua parte entrambi i rami del Parlamento. A dire il vero, questo è già successo quando è stato eletto nel 2016 ma allora il partito repubblicano non era ancora diventato il partito di Trump. Oggi è diverso. Trump è un personaggio unico nella storia americana: ha preso il partito repubblicano e ne ha fatto praticamente un partito personale cambiandone radicalmente il profilo. Per questo la concentrazione di potere che si verificherebbe nel caso di una sua vittoria con una maggioranza repubblicana nelle due camere sarebbe tale da rischiare di mettere in crisi il sistema di pesi e contrappesi che è il fulcro della democrazia americana. Tanto più che dalla sua parte, come si è visto per esempio con la recente sentenza sulla immunità presidenziale, avrebbe anche la Corte Suprema a maggioranza conservatrice.
Negli ultimi venti anni il governo diviso, cioè un governo in cui partiti diversi controllano la presidenza e una o entrambe le camere, è stata la norma della politica americana.
Oggi i democratici hanno una maggioranza risicata al Senato: 51 a 49. I repubblicani invece hanno una maggioranza risicata alla Camera.