Riconversioni

Il nuovo corso delle centrali a carbone, tra parchi, hub energetici e tecnologici

Viaggio tra i siti industriali che producevano energia elettrica. Per il momento sono attive solo due centrali in Sardegna

di Davide Madeddu

Una veduta dell’interno di una vecchia centrale a carbone a Bari

4' di lettura

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L’energia dal carbone non arriva quasi più. E per le centrali si prepara un nuovo corso, che spazia dalle rinnovabili alle nuove iniziative imprenditoriali, sino agli hub cultuali o tecnologici.

Il viaggio verso il traguardo “carbone zero” che prevede lo spegnimento delle centrali sparse per l’Italia è iniziato da tempo. E nella maggior parte delle strutture industriali, si lavora alla riconversione.

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La Spezia ultimo tassello del mosaico

L’ultimo tassello di un mosaico ancora da completare, è quello di La Spezia, dove sono in coso i lavori di demolizione della centrale elettrica a carbone.

Proprio i giorni scorsi c’è stata la visita del sindaco Pierluigi Peracchini al cantiere di demolizione. L’area è interessata da un piano di demolizione funzionale a un progetto di riqualificazione e sviluppo del sito. Tra le attività previste, anche l’abbattimento della ciminiera alta 220 metri e dal peso di 10 mila tonnellate che «verrà demolita, secondo i migliori standard tecnologici e ambientali, con la tecnica top-down, e con la massimizzazione della demolizione meccanizzata, che permette di ridurre i lavori in altezza». L’intervento sarà completato entro la fine del 2025.

Un nuovo corso

«Il rilancio di quest’area - ha commentato nel corso della visita ai cantieri Peracchini - aprirà nuove opportunità di sviluppo per imprese e lavoratori, in piena coerenza con gli obiettivi di crescita sostenibile che guidano la nostra azione amministrativa».

Alla fine del 2017 è stata chiusa l’ultima unità di Genova e nel 2019 la centrale di Bastardo in Umbria. Nel 2020 un gruppo di Brindisi Sud e a fine 2021 Fusina. Nel 2024 ha fermato la produzione di energia dal carbone anche la centrale di Monfalcone.

Il parco tra miniera e centrale

Un parco nella vecchia miniera di lignite con annessa centrale, o ancora un polo di turismo sostenibile al posto della vecchia ciminiera è quello del sito di Santa Barbara a Carviglia in Toscana. La nuova vita della miniera, la più grande area mineraria a cielo aperto d’Italia, è fatta di turismo e ambiente. Dove avveniva l’estrazione a cielo aperto della lignite, oggi ci sono percorsi ambienti e impianti forestali, senza dimenticare uno spazio per co-working o una base logistica.

Stop al carbone anche nell’ex centrale Enel di Tor di Sale a Piombino, entrata in servizio nel 1977 e chiamata per l’ultima volta in produzione nel 2012 per poi ottenere nel 2015 il nulla osta alla dismissione da parte del Ministero dello Sviluppo economico. A partire dal novembre 2021 sono iniziate le attività di demolizione nel perimetro di centrale. A ottobre 2024 la demolizione delle due grandi ciminiere alte quasi 200 metri (195 metri ciascuna), svettanti sul golfo della città toscana. La demolizione apre la strada a un progetto di riqualificazione che punta a trasformare un sito industriale dismesso in «un innovativo polo vocato al turismo sostenibile, con numerose opportunità e strutture dedicate all’attività fisica, allo svago e alla nautica».

Il nucleare mai partito

Nel panorama delle “fabbriche dell’energia” c’è anche la storia della centrale Alessandro Volta di Montalto di Castro. Originariamente avrebbe dovuto ospitare un impianto nucleare mai ultimato, poi ha visto lo sviluppo di centrali a olio e a gas, mentre oggi è al centro di un progetti di sviluppo a partire dalle necessità del sistema elettrico e dalle opportunità create dalla transizione energetica.

Da Brindisi a Civitavecchia

E’ un futuro ricco di proposte quello che interesserà l’ex centrale a carbone del porto di Brindisi. Al Mimit sono arrivate 50 manifestazioni di interesse. I progetti riguardano settori chiave come energia da fonti rinnovabili, logistica, trasporti, ICT-datacenter, aeronautica, agroalimentare, turismo, economia circolare, navale e cantieristica.

Per la centrale di Civitavecchia è stata avviata la procedura per le manifestazioni di interesse finalizzate alla definizione di un piano complessivo per l’intera area, «con investimenti strategici capaci di assicurare la riconversione e lo sviluppo economico e sociale a lungo termine, da formalizzare poi attraverso un accordo di programma».

Le centrali accese

Nell’intero panorama nazionale restano, per il momento attive due centrali: la centrale Sulcis (0,5 GW) il phase-out previsto entro il 2027 è subordinato alla realizzazione delle condizioni per garantire la sicurezza energetica dell’isola (realizzazione del Thyrrenian Link); e la Centrale di Fiume Santo, in provincia di Sassari, che ospita attualmente due gruppi a carbone per una potenza netta complessiva di circa 600 MW. Con 180 dipendenti diretti e circa 200 indiretti, il sito ha coperto nel 2024 il 19% delle vendite di energia elettrica sul Mercato del Giorno Prima in Sardegna, pari a circa 2,2 TWh. Si tratta di uno degli impianti produttivi più rilevanti della Sardegna e di un presidio essenziale per la sicurezza e la stabilità del sistema elettrico nazionale. Il phase-out dal carbone per la Sardegna è previsto realizzarsi per tappe successive, da completarsi entro la fine del 2028-inizio del 2029. Per la centrale di Fiume Santo, data la sua collocazione geografica nel sistema energetico sardo, la data di fine attività a carbone è appunto il 2028 - inizio 2029, in funzione della entrata in esercizio del Tyrrhenian Link, di nuova capacità di energia rinnovabile e di impianti di accumulo.

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