Il nuovo avvio della Cartolarizzazione sociale: il capitale privato per la politica dell’abitare
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La crisi abitativa sta diventando una priorità politica dell’Unione europea. L’aumento dei prezzi delle abitazioni, la crescita degli affitti e la difficoltà di molti Stati nel finanziare nuove politiche dell’abitare hanno aperto un dibattito su come coinvolgere anche capitali privati nel perseguimento di obiettivi di interesse generale.
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In questa prospettiva, uno strumento rimasto finora marginale merita probabilmente di essere riconsiderato.
Facciamo un passo indietro: già nel 2020 il legislatore italiano aveva introdotto nella legge di bilancio uno strumento nuovo: la cartolarizzazione a valenza sociale. L’obiettivo era semplice ma ambizioso: provare a conciliare il recupero di un credito ipotecario con la permanenza del debitore nella propria abitazione, evitando che l’insolvenza conducesse automaticamente alla perdita della casa.
La cartolarizzazione sociale mantiene il meccanismo della cartolarizzazione tradizionale, attraverso il quale crediti vengono ceduti a una società costituita per gestire l’operazione e finanziata da investitori, ma ne modifica la finalità. Se nella cartolarizzazione ordinaria l’immobile rappresenta soprattutto la garanzia del credito, in quella sociale la casa dovrebbe continuare, per quanto possibile, a essere una casa. La società collegata all’operazione acquista l’immobile, lo concede in locazione al debitore e, in presenza di determinate condizioni, può consentirgli di riacquistarlo.
L’idea appariva intuitivamente convincente. Eppure, a oltre cinque anni dalla sua introduzione, questo strumento non sembra aver dato origine a un mercato significativo. Le informazioni pubblicamente disponibili non consentono ancora di misurarne con precisione la diffusione, ma il ricorso a questa forma di cartolarizzazione è rimasto finora molto limitato.







