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Il nucleare è necessario. Ma nel frattempo?

La transizione energetica ha bisogno di un ponte

di Francesco De Bettin*

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Il dossier energia del Sole 24 Ore di giovedì 11 giugno fotografa con chiarezza che le fonti rinnovabili non bastano a governare la transizione energetica. Non da sole, non nei tempi richiesti, non con la continuità che un sistema industriale moderno esige.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il nucleare di nuova generazione - Small Modular Reactor e Advanced Modular Reactor - è la risposta strutturale. Ma c’è un problema: il nucleare di IV generazione non è disponibile oggi. I cicli di costruzione migliorano - si parla di 3-5 anni per i nuovi impianti - ma la filiera industriale, il quadro normativo e la catena del valore non sono ancora pronti.

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Il problema del lead time è reale. E va affrontato con soluzioni già disponibili.

Tra il presente e un futuro anche nucleare esiste un intervallo temporale che vale almeno un decennio in cui si concentrano i rischi maggiori: prezzi instabili, dipendenza da import, emissioni che non scendono abbastanza rapidamente.

Un sistema energetico moderno ha bisogno di una fonte “verde” che faccia da base load capace di garantire la potenza minima necessaria al funzionamento dell’industria e delle infrastrutture indipendentemente dall’ora del giorno, dalla stagione o dalle condizioni atmosferiche.

Questa fonte esiste già. Si chiama geotermia a media-alta entalpia.

Quando si parla di geotermia, l’immaginario corre alle fumarole toscane di Larderello o ai campi islandesi. Quella è geotermia ad alta entalpia: spettacolare ma geograficamente selettiva.

La geotermia a media-alta entalpia è un’altra cosa. Sfrutta serbatoi idrotermali profondi - tra i 3.000 e i 5.000 metri dal piano campagna - dove la temperatura del fluido si colloca tra 110°C e 250°C. La finestra operativa ottimale, quella che bilancia resa energetica e costi di perforazione, è tra i 110°C e i 140°C: sufficiente per azionare cicli ORC di produzione elettrica e, con il calore residuo, alimentare reti di teleriscaldamento. È disponibile su larga parte del territorio italiano - nei bacini sedimentari profondi della Pianura Padana, del versante adriatico e di alcune aree del Mezzogiorno - e accessibile con tecnologie di perforazione standard, le stesse della filiera oil & gas.

Il principio è semplice: si estrae il fluido geotermico tramite un pozzo di produzione, lo si fa circolare in un impianto di conversione energetica e lo si reinietta nel sottosuolo. Il serbatoio geologico si ricarica naturalmente per conduzione termica dalla crosta terrestre. La fonte è inesauribile, la potenza erogata non dipende dal meteo, dall’ora del giorno né dalla stagione ed è programmabile per definizione.

Qualsiasi impianto di produzione elettrica disperde calore nell’ambiente per ragioni termodinamiche che la fisica non consente di aggirare. Questo calore “di scarto” - il cascame termico - in un impianto convenzionale finisce nell’atmosfera, perduto.

In un impianto geotermoelettrico diventa invece una risorsa in grado di alimentare reti di teleriscaldamento e teleraffrescamento.

Il risultato è un indice di utilizzo dell’energia primaria che può superare il 70-80%, contro il 35-45% di un impianto elettrico convenzionale. Si produce elettricità per la rete e calore per il territorio, eliminando la combustione fossile da entrambi i processi. L’impatto sulla decarbonizzazione è doppio rispetto a quanto un confronto semplice tra fonti suggerirebbe.

L’argomento di fondo non è “geotermia contro nucleare”. È l’opposto.

La transizione energetica non si vince con una sola tecnologia ma con un sistema integrato in cui ogni fonte svolge il ruolo per cui è fisicamente ottimale: le rinnovabili per la produzione distribuita dove e quando le condizioni lo consentono, il nucleare per la base load di potenza a lungo termine, la geotermia a media-alta entalpia per la base load programmabile nel medio termine - il decennio che il nucleare non copre ancora.

Il vero salto culturale richiesto non è solo tecnologico ma sistemico. Smettere di ragionare per fonti e cominciare a ragionare per funzioni - base load, picco, calore, freddo, accumulo - ottimizzando il mix con la migliore tecnologia disponibile oggi, non solo quella promessa per domani.

(*) presidente di DBA Group

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