Il Nobel Spence: «Serve un Cern dell’intelligenza artificiale»
L’economista al Festival di Trento ha lanciato l’appello: servono investimenti Ue ingenti per non lasciare la gestione dell’IA alle multinazionali
di Laura La Posta
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«Serve un Cern per l’intelligenza artificiale: un grande centro europeo che raccolga le migliori menti in tanti ambiti diversi, per gestirne l’architettura e gli impieghi strategici e non li lasci decidere alle grandi multinazionali come Google, Amazon, Meta e Microsoft: non basta solo mitigarne i rischi come i Governi stanno ipotizzando di fare, ma servono imponenti investimenti per diventare protagonisti di questa rivoluzione che si sta svolgendo adesso, sotto i nostri occhi».
Michael Spence, Premio Nobel per l’Economia 2001 (con due big come George Akerlof e Joseph Stiglitz), con il suo ottimismo e la sua visione positiva su un tema controverso come l’intelligenza artificiale ha incantato la platea di giovani, famiglie e docenti del Teatro Sociale, nella giornata conclusiva del Festival dell’economia di Trento 2024.
E ha lanciato un’idea utile per spingere la crescita economica, in particolare in Europa, dove vive con la moglie Giuliana e due dei suoi cinque figli. Milano è la sua base di partenza per tanti viaggi in ogni continente – a Trento è arrivato direttamente dalla Cina – e lì torna ogni volta, anche per insegnare all’Mba della Sda Bocconi, dopo anni come professore emerito della Stanford University (è stato anche preside della Graduate School -of Business della Stanford University).
L’ottimismo di Spence è stato controbilanciato al Festival da un’altra dozzina di eventi sull’intelligenza artificiale, dove sono emerse preoccupazioni in particolare sulla possibilità di essere un vero motore di crescita (visti gli ingenti investimenti che richiede) e di far perdere, nel frattempo posti di lavoro. Ma sulla prima preoccupazione, Spence è stato categorico.
«La crescita verrà, grazie alla IA generativa, perché si otterrà l’aumento della produttività che inseguiamo da tempo e che non siamo riusciti per decenni a ottenere – ha chiarito -. È tempo di liberarsi di pregiudizi e di una narrazione dannosa.









