L’incapacità dell’amministrazione Trump di collaborare con l’Europa per definire una posizione comune in merito alla Cina è piuttosto sconfortante per gli europei. E la stessa frustrazione caratterizza la situazione rispetto all’Iran. I leader europei condividono i timori dell’America in merito all’influenza iraniana nella regione e al suo programma missilistico balistico. Tuttavia, essi considerano tali questioni come qualcosa di separato dal Piano d’azione congiunto globale (PACG), come è ufficialmente conosciuto l’accordo sul nucleare del 2015, che a loro avviso andrebbe preservato finché l’Iran ne rispetterà le condizioni.
Oggi gli europei hanno ottime ragioni per temere che l’amministrazione Trump voglia smantellare il sistema multilaterale in modo da perseguire una politica della forza contro la quale l’Ue è del tutto impotente. Il gioco di potere attualmente in corso tra gli Usa e la Cina minaccia di imporre nuovi costi all’Europa. Ad esempio, se la Cina accetterà di limitare le proprie esportazioni verso il mercato statunitense, aumenterà immediatamente quelle verso l’Ue, trascinando così il blocco in un conflitto commerciale che non ha mai cercato.
Questa possibilità assai reale suggerisce che la multipolarità mina il multilateralismo creando un vantaggio strutturale in base al quale gli stati più forti possono negoziare accordi bilaterali che portano benefici a breve termine, a prescindere dai loro effetti sulle norme globali. In tali circostanze, le principali potenze non necessariamente si opporrebbero alle norme multilaterali in blocco, ma sceglierebbero liberamente di dissociarsene quando gli conviene. La conseguente erosione degli accordi commerciali globali sarebbe oltremodo difficile da riparare.
La realtà dei fatti
Pur così, non è detto che una deregolamentazione formale all’interno del sistema internazionale vigente determinerebbe il tracollo di quest’ultimo. Anche se il Wto è in crisi, le norme alla base del commercio internazionale continuano a funzionare. Nella maggioranza dei casi si tratta di norme ben consolidate che risalgono all’epoca del GATT e che continuano a essere considerate indispensabili dalla maggior parte degli stati membri dell’OMC.
Inoltre, la crisi immediata del sistema multilaterale ha soltanto un effetto marginale sul volume del commercio globale, che ora dipende più dalle catene globali del valore – in un certo senso, lo strumento più efficace contro il protezionismo – che dagli accordi internazionali. Ecco perché non dovremmo essere troppo pessimisti sul futuro del commercio, fintantoché le norme su cui poggia verranno rispettate. In realtà, malgrado i ripetuti fallimenti dei negoziati commerciali multilaterali negli ultimi vent’anni, dal 2001 il commercio mondiale ha registrato una crescita significativa. Probabilmente Trump non è nella posizione di interrompere questo trend che, nel complesso, è molto favorevole agli interessi statunitensi.
Nell’ambito dei negoziati commerciali, i singoli governi adottano una visione mercantilista del commercio internazionale che ha poco a che vedere con la realtà. Contrariamente alle ossessive lamentele di Trump in merito alla “sconfitta” dell’America sul piano commerciale nei confronti di altri Paesi, tutti sanno che i disavanzi commerciali bilaterali hanno un’importanza economica solo limitata. Un deficit delle partite correnti riflette uno squilibrio tra risparmio nazionale e investimenti, non necessariamente una debolezza o una scarsa competitività a livello economico.
Fra l’altro, le importazioni ed esportazioni lorde non andrebbe considerate al valore nominale. Come molti economisti hanno sottolineato, il deficit commerciale degli Usa nei confronti della Cina sarebbe inferiore del 33% se il bilancio del valore aggiunto fosse incluso nel bilancio bilaterale. Poiché ciò non avviene, un iPhone spedito negli Stati Uniti dalla Cina viene registrato come un’esportazione cinese del valore di 500 dollari, anche se la Cina ha aggiunto soltanto una ventina di dollari al valore finale.
Sotto l’amministrazione Trump, il divario tra retorica commerciale e realtà ha creato uno spazio per politiche protezionistiche che potrebbero scatenare una guerra commerciale di portata mondiale. Ma, escludendo questo, il sistema commerciale continuerà a consentire approcci alternativi ai negoziati a livello globale. Gli accordi plurilaterali, ad esempio – come la nuova versione del TPP, guidata dal Giappone – potrebbero, in futuro, diventare il motore principale del commercio internazionale.
Quid Pro Status Quo
Purtroppo, ciò che vale per il commercio non necessariamente vale per la sicurezza. Non esiste un’alternativa credibile al PACG, e non vi è ragione di credere che l’amministrazione Trump ne voglia una. Nel migliore dei casi, i leader dell’Ue, insieme alla Russia e alla Cina, potrebbero riuscire a salvare l’accordo offrendo all’Iran una forma di protezione dalle sanzioni statunitensi.
La situazione in Siria non è migliore. La Russia non ha interesse a promuovere un accordo multilaterale per porre fine al conflitto perché esso chiamerebbe in causa le potenze occidentali, che invece vuole tenere fuori. L’amministrazione Trump, comunque, ha più o meno accettato lo status quo. Sebbene il presidente Bashar al-Assad ora controlli circa il 60% del Paese, i curdi, sostenuti dagli Usa, controllano le zone più prospere del territorio (in termini di petrolio, gas e risorse idriche) a nord e a est, da cui le forze speciali statunitensi possono tagliare le linee di rifornimento iraniane.
Anziché mostrare un’autentica multipolarità, l’ordine globale è attualmente strutturato intorno a una doppia bipolarità, laddove gli Stati Uniti svolgono un ruolo centrale su due fronti separati. Il primo è quello della concorrenza economica tra Usa e Cina, il secondo è quello della battaglia geopolitica tra gli Usa e la Russia in Medio Oriente e sul fianco orientale della Nato. Di fatto, l’attuale crisi del multilateralismo riflette una sovrapposizione fra la rivalità Usa-Russia del ventesimo secolo, e la rivalità Usa-Cina del ventunesimo secolo. Quando la rude politica del potere plasma il sistema globale, il multilateralismo svanisce.
Dal momento che le parti coinvolte in questi conflitti sono perlopiù impegnate a mantenere o modificare appena lo status quo, non vi è ragione di pensare che vogliano perseguire il multilateralismo nell’immediato futuro. Ma non c’è neanche motivo di credere che il multilateralismo non potrà rinascere una volta che tali conflitti si saranno risolti. Nel frattempo, un’azione collettiva darà adito a un arcipelago di progetti separati, di forma e dimensioni diverse, creando un ordine frammentato per un mondo frammentato.
Traduzione di Federica Frasca
(*) Zaki Laïdi, professore di relazioni internazionali alla Sciences Po, è stato consigliere dell’ex primo ministro francese Manuel Valls.
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