Cosa dice la ricerca

Il mondo guarda i Mondiali e la scienza scopre che il calcio cura cuore e obesità

Le indicazioni di 32 studi controllati, per un totale di 1.126 partecipanti di età compresa tra 11 e 68 anni, provenienti da contesti e culture diverse

di Maria Rita Montebelli

Un gruppo di anziani che giocano insieme a calcio  (Adobe Stock)

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In queste settimane il mondo ha gli occhi incollati sulla TV per i Mondiali di calcio. Milioni di appassionati che tifano, urlano e sognano. Seduti sul divano. Ed è proprio qui, in questo cortocircuito stridente tra lo sport più amato del pianeta e la sua fruizione da spettatori sedentari, che si inserisce una ricerca scientifica che potrebbe far cambiare prospettiva: e se quel pallone, invece di guardarlo, lo prendessimo a calci davvero? Anche malamente e senza avere il talento di Messi o Mbappé? Perché passare dal calcio guardato in poltrona, a quello giocato potrebbe salvarci la vita.

Lo dimostrano i risultati di una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sulla rivista Life, che ha passato al setaccio sei grandi banche dati internazionali — da PubMed, alla Cochrane Library — per riassumere tutto ciò che la ricerca ha prodotto sull'argomento “impatto del calcio amatoriale e ricreativo sulla salute di chi è in sovrappeso o obeso”. L'analisi finale ha riguardato 32 studi controllati, per un totale di 1.126 partecipanti di età compresa tra 11 e 68 anni, provenienti da contesti e culture diverse.

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Non c'è bisogno di grande intensità

Il primo dato che sorprende riguarda l'intensità richiesta. Non si parla di allenamenti estenuanti, di marcature a uomo o pressing ad alta intensità come quelli dai grandi campioni. I programmi analizzati prevedevano sessioni brevi, da un minimo di quattro minuti a un massimo di trenta, con una frequenza variabile da settimane a mesi. Nessun campo in erba sintetica di ultima generazione, nessun Mister. Solo un pallone, uno spazio vagamente rettangolare e qualcuno con cui giocare. E la composizione corporea cambia, in modo statisticamente significativo. Il calcio amatoriale riduce il peso, l'indice di massa corporea, la percentuale di grasso e la circonferenza vita. E fa anche un po' aumentare la massa magra. Insomma: meno grasso, più muscolo. Non regalare magari un fisico da atleta, ma è abbastanza da promuovere un cambiamento metabolico misurabile, con potenziali ricadute sulla salute. E i benefici non si limitano al peso o alla circonferenza vita.

L'impatto su parametri cardiovascolari e colesterolo

Il calcio amatoriale ha un impatto anche su parametri cardiovascolari fondamentali: la pressione arteriosa si abbassa, la frequenza cardiaca a riposo si riduce, la capacità aerobica (cioè l'efficienza con la quale cuore e polmoni lavorano sotto sforzo) migliora. Tre indicatori che i cardiologi usano per valutare il rischio di infarto e ictus e che, con la partitella tra amici, si spostano nella direzione giusta. Ma c'è di più. Le analisi del sangue dei partecipanti hanno mostrato riduzioni dei livelli di colesterolo totale, di LDL (il “colesterolo cattivo”) e di trigliceridi. Effetti particolarmente marcati nelle donne e nei più giovani, a suggerire che alcune categorie possano trarre benefici ancora maggiori dall'attività calcistica ludica. infine, la ricerca ha riscontrato anche una riduzione dei livelli di insulina a digiuno, segnale indicativo di un miglior controllo metabolico del glucosio, con tutto ciò che questo significa in termini di prevenzione del diabete di tipo 2.

A quale dose il calcio diventa strumento di prevenzione?

Anche il calcio amatoriale mostra una relazione dose-risposta: i suoi benefici sono risultati maggiori in chi si allenava con maggiore frequenza e per periodi di tempo più lunghi. Chi ha continuato a scendere in campo per mesi, allenandosi più volte a settimana, ha ottenuto risultati migliori rispetto a chi ha fatto una partitella ogni tanto o ha chiesto il cambio prima, continuando a seguire la sua squadra dagli spalti. Ma, ed è questo il punto cruciale, anche gli allenamenti più brevi e meno frequenti hanno prodotto benefici misurabili. Non è necessario fare moltissimo (o peggio strafare); anche muoversi un poco fa già la differenza rispetto alla sedentarietà.

Un fatto da tenere in seria considerazione. L'obesità è una delle emergenze sanitarie più pressanti del nostro tempo, un epidemia globale, con tassi che in molti Paesi hanno raggiunto livelli mai visti prima. Ma non è facile convincere le persone a fare attività fisica in modo costante. Le palestre si riempiono a gennaio e si svuotano a marzo. La corsa può annoiare. Per nuotare serve una piscina. La cyclette diventa subito un appendiabiti.

Il segreto del calcio è che sembra un gioco

Ma il calcio invece, funziona. Perché è un gioco e ha una dimensione sociale, competitiva e anche emulativa. C'è la squadra, c'è l'avversario, il gol, il tifo degli spettatori. Tutti elementi psicologici non secondari. Che sono forse la ragione per cui, chi ha partecipato agli studi analizzati in questa meta-analisi, ha continuato a giocare, settimana dopo settimana, anziché abbandonare il campo, come accade con tante altre tipologie di allenamento. Ma il ferro va battuto finché è caldo. Anche se l'Italia quest'anno non gioca, milioni di persone, anche molte che di solito non seguono il calcio, si scoprono improvvisamente tifosi di questa squadra o di un'altra, travolti dalla magia dei Mondiali. Tanti bambini chiederanno un pallone, molti ragazzi e adulti organizzeranno il classico torneo di calcetto ‘scapoli contro ammogliati' e tanti sportivi da divano approfitteranno della partitella in spiaggia per dare un calcio al pallone. L'onda emotiva generata da un Mondiale è una delle forze più potenti che esistano per avvicinare la gente al calcio. E, secondo i risultati di questa ricerca, potrebbe essere anche la spinta per avvicinarla all'attività fisica e alla salute.

Non è necessario saper segnare un gol in sforbiciata. Basta uscire di casa, immaginare nel rettangolo di un cortile un campo di calcio o una porta tra due alberi in un parco e prendere a calci un pallone. Il resto, dice la scienza, viene da sé. E si scrive nel nostro “DNA”, come cantano Bocelli e EJAE.

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