Il mondo che ha creato Donald Trump
di Michael Burleigh
12' di lettura
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Da quasi una generazione l’Occidente vive una sorta di progresso all’inverso. Se pensiamo all'instabilità generata dalla guerra in Iraq che dopo il Medio Oriente ha investito l'Europa, agli effetti negativi della crisi finanziaria del 2008 sulla fiducia degli elettori nel capitalismo liberale e alla rinascita dei populismi nazionalisti quasi ovunque, è comprensibile che quanti riflettono sul destino dell'Occidente nel 2017 vogliano cercare qualche elemento positivo o un po' di consolazione.
Ebbene, non li troveranno in questi quattro nuovi libri. Al contrario, forse un giorno uno storico dirà che queste proposte, tra le molte altre del panorama editoriale, riflettevano uno sguardo morbosamente introspettivo sull'Occidente, rafforzato dalle crescenti sfide politiche ed economiche del loro periodo.
Il declino della fiducia mina la democrazia
Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, fa ampio uso di termini che iniziano con il prefisso negativo “de” per descrivere l'attuale crisi dell’Occidente: “demoralizzato, decadente, deflazione, demograficamente a rischio, diviso, disintegrazione, disfunzionale, declino”. A un primo sguardo, il libro di Emmott appare come un viaggio, apparentemente senza direzione, in alcuni Paesi scelti a caso: un momento siamo in Italia o in Svezia, e poco dopo ci ritroviamo in Giappone, passando per la California. E mentre Emmott non spiega mai veramente perché il Giappone sia considerato “Occidente”, la Cina, invece, è inserita tra i “barbari alle porte”, insieme all’Isis, lo Stato islamico, e alla Russia. Di certo, però, l’unilateralismo cinese non è paragonabile all'”esenzionalismo” che ha caratterizzato l’approccio degli Stati Uniti verso organismi o accordi internazionali, quali la Corte penale internazionale e il Trattato sul diritto del mare.
Nel libro si parla molto, ad esempio, dell’impatto sociale dell’invecchiamento della popolazione o di come potremo convivere con i robot, anche quelli che terranno compagnia alla nonna quando, raggiunti i novant'anni, avrà smesso di lavorare. Affascinanti sono le molteplici digressioni dell'autore, come quando dice che, in base ai requisiti richiesti per il rilascio delle licenze professionali in molti Stati americani, i “cosmetologi” dovrebbero trascorrere a scuola più tempo degli avvocati.
Ma concentrarsi su dettagli di questo tipo vorrebbe dire non cogliere il messaggio profondo che Emmott cerca di trasmettere. Pur non rinunciando a una difesa classica della “società aperta” alla maniera di Karl Popper o George Soros, egli riconosce che dalla crisi del 2008 molte cose sono andate storte, e a ragione critica ferocemente il ruolo svolto dai banchieri e dai loro prodotti finanziari preconfezionati.
In particolare, Emmott analizza il declino della fiducia sociale (pur senza collegarlo all’immigrazione da Paesi in cui la fiducia sociale è inesistente) e un senso di ingiustizia preoccupantemente diffuso – che comprende la perdita di un’efficace voce politica o anche di accesso alla legge – che stanno minando le fondamenta della democrazia. Emmott mostra come i privilegi si perpetuano da una generazione all’altra grazie ai vantaggi nel campo dell’istruzione e agli “accoppiamenti non casuali”, per non parlare del restringimento dell’accesso a carriere – ad esempio, quella di attore, cronista d’assalto e musicista pop – che a memoria d’uomo erano sempre state aperte a persone di estrazione popolare dotate di talento. In quale altro modo ci si può spiegare la “dispepsia sociale” che sta spingendo milioni di comuni elettori verso ciarlatani, fanatici e imbonitori?








