India

Il momento dell’arte indiana: artisti e collettivi alla Biennale di Kochi

Dalla manifestazione in Kerala alla mostra al Pac di Milano, occhi puntati su una scena in crescita con un mercato solido

di Silvia Anna Barrilà

Birender Yadav, «Only the Earth Knows Their Labour» (2025), installazione alla Biennale di Kochi-Muziris 2025

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È alta l’attenzione attuale sull’arte indiana contemporanea. A Milano è in mostra al PAC, nell’esposizione intitolata “India. Di bagliori e fughe” (fino all’8 febbraio), con 28 artisti che si concentrano sulle complessità e le trasformazioni del presente. Mentre in Kerala, all’estremità meridionale della penisola indiana, storico luogo di scambio di spezie, ma anche di culture e religioni, ha aperto la sesta Biennale di Kochi-Muziris (dal 12 dicembre al 31 marzo 2026). Con 66 artisti da 25 paesi, la Biennale rappresenta la più importante manifestazione artistica dell’Asia Meridionale, nata nel 2012 per iniziativa di un gruppo di artisti costituitisi in fondazione, tra cui Bose Krishnamachari, presidente della Biennale, e Shwetal A Patel, responsabile per le partnerships e programmi internazionali, con la volontà di creare un evento non commerciale nel contesto artistico locale, allora dominato dalle gallerie e dal mercato. Tuttora rimane una Biennale che pone al centro gli artisti e il senso di comunità e sostegno reciproco per creare un ecosistema artistico. Lo sottolinea il curatore di questa edizione, un artista ben noto al mondo dell’arte internazionale, Nikhil Chopra, classe 1974, conosciuto anche in Italia, dove è rappresentato da Galleria Continua dal 2012.

Il tema della Biennale

La sua scelta per la Biennale di Kochi-Muziris, che nel nome richiama alla memoria il leggendario porto della costa del Malabar, è stata quella di assumere la curatela dell’evento insieme al collettivo di cui fa parte da dieci anni, chiamato HH ArtSpaces, con sede a Goa, anch’esso noto in Italia dalla mostra che ha inaugurato gli spazi milanesi della Fondazione Elpis nel 2023. Intitolata “For The Time Being”, la Biennale si pone di non essere una mostra statica, bensì un evento in divenire, fatto di workshop, performance e incontri. “Al centro c’è il corpo e l’esperienza” ha spiegato Nikhil Chopra. “Invitiamo il pubblico ad attivare tutti i sensi e partecipare alla manifestazione, condividendo il qui e l’ora, immergendosi nella materialità, nel clima, considerando la mostra come un organismo vivente in trasformazione. Al centro c’è l’essere umano che sta dietro all’opera d’arte. È un luogo di amicizia, fatto dagli artisti per gli artisti”.

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Gli artisti

Non è quindi un white cube, ma un luogo di apprendimento, dove discutere, fare domande – anche scomode – in un contesto globale fragile, caratterizzato da crisi politiche e climatiche. Particolare attenzione è data alle storie non narrate, per esempio, quelle dei lavoratori migranti stagionali nelle fornaci di mattoni a Mirzapur, nell’Uttar Pradesh, al centro del lavoro di Birender Yadav, classe 1992, catturati in un circolo di estrazione e sfruttamento. Oppure, la vita ai margini vissuta delle comunità Dalit (la definizione oggi usata per quelli che un tempo venivano definiti gli“intoccabili”). Particolarmente significativa la scelta di includere alcuni artisti di queste comunità – una realtà che continua ad esistere. Per esempio, Kirtika Kain, classe 1990, nata a New Delhi, ma cresciuta in Australia, nelle sue opere parla dell’eredità Dalit nella diaspora indiana attraverso materiali tradizionali e un linguaggio astratto, mentre un altro artista, Prabhakar Kamble, classe 1986, indaga le architetture estetiche, sociali, politiche, storiche e culturali del sistema delle caste in grandi installazioni con materiali e oggetti dal mondo agricolo. Rappresentati da Jhaveri Contemporary, i loro prezzi vanno da 10 mila a 20 mila euro per i dipinti e da 20 mila a 50 mila euro per le installazioni. Moonis Ahmad Shah, nato in Kashmir nel 1992, è esposto sia a Kochi che al Pac di Milano. Nelle sue installazioni, evoca le vite postume dei morti come mezzo per combattere gli stati di potere consolidati (lavora con Vadhera Contemporary, le sue opere esposte a Kochi vanno da mille a 6 mila dollari). Altri artisti presenti sia in Biennale che al Pac sono i 14 membri del collettivo Panjeri Artists’ Union, il cui lavoro è una forma di resistenza politica e di collezione delle tracce materiali della memoria collettiva. Shiraz Bayjoo, artista delle Mauritius di base a Londra, classe 1979, mette al centro della sua ricerca l’Oceano Indiano per parlare di storie di commercio marino ed estrazione colonialista. C’è anche un italiano in Biennale, Piero Tomassoni, che lavora insieme all’artista palestinese Dima Srouji sul tema del rifugio sia in senso personale che politico, mentre una mostra parallela alla Biennale organizzata dalla Ishara Foundation include due installazioni di Michelangelo Pistoletto.

Il finanziamento

Distribuita su 29 luoghi di Kochi e dintorni, la Biennale riesce a ridare vita luoghi storici abbandonati e anche ad avere un impatto sull’economia locale. Già solo per un guidatore di tuk tuk, l’Ape che funge da taxi urbano, il guadagno giornaliero passa da 800-1.000 rupie al giorno a 1.500-3.000 rupie. Il budget per organizzare la Biennale è pari a 3,3 milioni di dollari, che includono risorse dallo Stato del Kerala (in diminuzione, secondo alcune fonti) e da donatori privati (sempre più importanti). I donatori privati più rilevanti di quest’anno, che hanno versato tra i 5 e i 10 milioni di rupie (circa 55 mila-110 mila dollari) sono stati Yusuff Ali, fondatore e presidente di LuLu Group International, colosso mondiale della vendita al dettaglio, la filantropa Minal Bajaj, la collezionista e mecenate Aarti Lohia e Mariam Ram, managing director di TNQ Technologies e proprietaria TNQ Books and Journals Private Limited. Quest’anno è stata introdotta una nuova categoria di donatori, chiamati“Benefactors”, per supportare la Biennale sul lungo termine.

I “Platinum Benefactors” di quest’anno si sono impegnati a donare alla Kochi Biennial Foundation 10 milioni di rupie nel corso dei prossimi cinque anni. Sono la filantropa Sangita Jindal, la collezionista e mecenate Kiran Nadar, la già nominata Mariam Ram, Shabana Faizal dell’omonima fondazione, Shefali Verma di The Ardee Group, Anu Menda, Managing Trustee di RMZ Foundation, e Adeeb e Shafina Ahmed.

Ma è importante anche il ruolo delle gallerie, che hanno prestato supporto organizzativo e donato alla Biennale. Tra queste: Chemould Prescott Road, Vadehra Art Gallery, Mirchandani + Steinruecke e Akar Prakar. Tra le gallerie che hanno più artisti in Biennale ci sono Experimenter con cinque artisti; Jhaveri Contemporary con quattro artisti; e Chatterjee & Lal con tre artisti. Dopo l’ultima edizione della Biennale, la manifestazione si presenta rinnovata, dopo un processo di ristrutturazione per rinforzare la propria governance, l’efficienza (l’ultima edizione aveva aperto con grande ritardo, mentre questa, nonostante non tutte le mostre fossero concluse durante l’anteprima, ha aperto in tempo) e la gestione finanziaria (all’ultima edizione c’erano state anche polemiche su alcuni pagamenti arrivati con ritardo). Queste riforme sono pensate per mantenere la sostenibilità e la reputazione sul lungo termine.

Il mercato indiano

Anche nei prossimi mesi non mancheranno le occasioni per osservare e scommettere sull’arte indiana contemporanea. La prima settimana di gennaio si tiene, infatti, il Mumbai Gallery Weekend, un momento di grande fermento in città, con inaugurazioni di mostre, gallerie, studi d’artista, performance, incontri (8-11 gennaio). Segue, poi, la 17ª edizione della India Art Fair a New Dehli (5-8 febbraio 2026), con 133 espositori, di cui 26 per la prima volta.

“Il mercato per l’arte contemporanea in India è iniziato negli anni 90 - ha raccontato Priya Jhaveri, che dirige la galleria Jhaveri Contemporary insieme alla sorella Amrita Jhaveri, che fu proprio colei che nel 1993 aprì l’ufficio di Christie’s a Mumbai. “All’epoca c’erano poche gallerie a conduzione familiare, le case d’aste hanno posto le basi per il mercato internazionale, che prima si basava solo sulla stretta di mano, mentre con loro i prezzi dell’arte sono diventati pubblici. L’attenzione si è concentrata dapprima sui moderni, ma poi c’è stato il boom dell’arte contemporanea, che fino ad allora non aveva un ecosistema. Ciò ha coinciso con l’apertura dell’India all’Occidente e la liberalizzazione del mercato. Sono aumentate le gallerie, ma anche i musei privati ed è nata la Biennale di Kochi, creando un sistema strutturato”.

Il mercato dell’arte indiana ha seguito i picchi e i crolli del mercato globale: nel 2008 è stato duramente colpito dalla crisi internazionale, mentre il Covid ha fornito ai collezionisti il tempo e gli strumenti digitali per continuare a sostenere gli artisti”. Oggi è forte: “Il mercato negli ultimi anni ha continuato a crescere - spiega Jhaveri - sostenuto da una nuova generazione di collezionisti giovani. L’arte è apprezzata per il suo soft power, ma anche come asset class. L’economia è solida e il mercato dell’arte è trainato, soprattutto, dallo sviluppo immobiliare. Le città sono in trasformazione. Anche l’Occidente guarda all’India: ci sono importanti mostre in Francia e Gran Bretagna. Il British Museum ha scelto l’India come tema – per quanto discusso – del suo primo gala”. Pure la Hayward Gallery di Londra era presente a Kochi, per la seconda volta, per scegliere tra i partecipanti alla Biennale un artista che avrà una mostra nella project room del museo. Un’area, insomma, a cui prestare grande attenzione, come rivelano anche gli obiettivi del governo italiano di aumentare gli scambi commerciali con l’India da 14 a 20 miliardi di euro entro il 2029. L’arte, in questo contesto, è un asset su cui scommettere.

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