I MERCATI

Il mobile classico rivede la luce grazie a contract e Medio Oriente

Italia ancora al palo. Tra gli stand si rivedono i buyer russi (nonostante l’embargo). Colombo: nel 2025, il segmento potrebbe tornare in positivo

di Lello Naso

L’installazione Villa Héritage di Pierre-Yves Rochon con il contributo di 40 imprese made in Italy.

3' di lettura

I punti chiave

  • Molon: il clima non è l’ideale, ma possiamo recuperare l’Europa
  • Capelletti: i grandi progetti crescono, ma i margini sono risicati
  • Villari: stiamo potenziazndo i punti vendita all’estero

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Basta guardarsi intorno, ai Padiglioni 13 e 14 del Salone del Mobile, per capire da dove vengono i segnali di ripresa dell’arredamento in stile, il classico, come lo definiscono in gergo gli operatori. Buyer, architetti e clienti mediorientali, arabi, molti caucasici. Qualche cinese e coreano. In incognita, ma neanche tanto, i russi. Ufficialmente embargati, fanno capolino tranquillamente tra gli stand. L’ultima volta che russi e classico avevano avuto la ribalta era stato quando ai due estremi dell’enorme tavolo della brianzola Oak, sei metri di lunghezza, Putin e Macron avevano iniziato un poi rivelatosi improbabile dialogo sulla guerra in Ucraina.

Proprio la guerra in Ucraina, seguita al post Covid, è stato il momento di svolta per il settore. «Abbiamo subito il contraccolpo», dice Luciano Colombo, amministratore delegato della Ercole Colombo, azienda storica del segmento, e referente del mobile di stile di FederlegnoArredo. «Nei successivi tre anni», spiega, «abbiamo perso circa il 30 per cento del fatturato del segmento. I costi delle materie prime, dei materiali pregiati e degli accessori che utilizziamo sono andati alle stelle. Il riposizionamento non è stato facile, la Russia vale la metà del segmento. Ora intravediamo i primi segnali di ripresa».

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Le visite dei primi giorni di Salone sono incoraggianti. «Si rivedono, soprattutto dal Medio Oriente, compratori individuali. Abbiamo avuto una commessa importante per un palazzo nobiliare a Baghdad, in Iraq». Italia non pervenuta. «La capacità di spesa, anche nella fascia alta è diminuita», dice Colombo, «ma il mercato interno non è decisivo. Dai movimenti che vedo al Salone, credo che nel 2025 tornerà il segno positivo».

Grazie al Medio Oriente, che già nel 2024 ha battuto un colpo. Gli Emirati Arabi Uniti, hanno raggiunto il settimo posto della classifica dell’export italiano con 402 milioni di fatturato (+22%); l’Arabia Saudita, tredicesima della classifica, ha toccato il 288 milioni di fatturato (+14,6%). Lì, il classico è di casa. Decisivi sono stati i grandi progetti, il contract. Sviluppi residenziali e alberghi, soprattutto.

L’installazione Villa Héritage di Pierre-Yves Rochon, l’archistar francese dei grandi alberghi, è un manifesto dello stile e delle potenzialità delle imprese italiane del mobile di stile. Quaranta aziende del made in Italy hanno fornito all’architetto i pezzi per un ambiente ideale. Uno specchio di quello che può essere fatto con il mobile classico. «Il contract», dice Roberto Molon, amministratore delegato dell’azienda di famiglia, «sta dando buoni segnali. I dazi di Trump ci zavorrano negli Stati Uniti e con le grandi catene. Ma possiamo lavorare bene in Europa, con gli stessi grandi gruppi statunitensi dell’hotellerie. Purtroppo il clima che si sta creando sui mercati non promette niente di buono. L’incertezza, soprattutto sulle grandi committenze, è un fattore molto penalizzante».

I progetti, però, sono un animale difficile da domare. «In un momento in cui le vendite dei singoli pezzi ai privati languono», dice Diego Capelletti, quinta generazione dell’azienda di famiglia C.G. Capelletti, «i grandi contratti sono un’ancora di salvezza. Ma i margini sono risicati. Camminiamo sul filo del rasoio. Anche perché il mercato Italia, in cui fino agli anni Ottanta facevamo il 90%, oggi è zero. Gli unici sbocchi sono il Medio Oriente e l’area dell’ex Unione Sovietica».

Barbara Villari, amministratore delegato dell’azienda di famiglia, vede la fine del tunnel. «Abbiamo chiuso con il segno più già il 2024. Penso ci ripeteremo nel 2025. C’è un timido ritorno dei cinesi. Ci sono i coreani. C’è l’Est Europa caucasico». Nello stand è esposto un pezzo prodotto in dodici esemplari dal costo di un’opera d’arte. «Ne abbiamo venduti due in un giorno, uno in Qatar e uno in Corea. Abbiamo intensificato le collaborazioni con gli architetti. Con Rochon abbiamo fatto le suite del George V a Parigi e del Four Season a Firenze. Stiamo potenziando i punti vendita di Londra, un hub fondamentale per i designer di tutto il mondo. Nel 2025 apriremo i Villari Cafè, con i prodotti made in Italy nei nostri punti vendita di Amman, Riad e Seul. Trump ci preoccupa, ma dobbiamo trovare vie alternative. Non possiamo stare fermi, questo è certo».

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