Myung-Whun Chung

«Il mio tour in Asia con la Filarmonica, una orchestra di amici e che amo»

Il prossimo direttore musicale della Scala, alla vigilia dei concerti in Oriente riflette sul suo ruolo, il passato, i progetti (che lascia ad altri) e la grandezza di Verdi

di Carla Moreni

Myung-Whun Chung. Per la Filarmonica della Scala, imminente la tourneé asiatica. Scandita in otto concerti vede in agenda il 17 settembre Seoul, Busan, poi il Giappone. Il primo appuntamento è a Sapporo (20 settembre), Tokyo (22 e 24 settembre) Yokohama (23 settembre), Nagoya (26 settembre) con conclusione a Osaka (27 settembre).

6' di lettura

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Quando parla di musica, in quel suo italiano perfetto, timbrato, solo leggermente ombreggiato da un dolce cantilenare coreano, il Maestro Chung non utilizza termini tecnici e nemmeno professionali. Non cita compositori o repertori, non concretizza progetti; non fa nulla di quanto di solito attiene al ruolo di un direttore d’orchestra. Che strano. Personaggio singolare, è appena ritornato a Milano per preparare la prossima tournée della Filarmonica della Scala in Asia, con date dal 17 al 28 settembre, insieme ai due pianisti prestigiosi Nikolaj Luganskij e Mao Fujita. Lo aspettiamo al varco per sapere anche qualcosa di più, delle imminenti strategie milanesi, visto che dal 2027 salirà sul trono del direttore musicale del Teatro. E insieme dei collegamenti con le sue radici, dal momento che sempre di più lo si vede impegnato in strategie culturali e artistiche con la Corea. Occhi sottili, l’immancabile tenuta morbida blu da seduta di yoga (mai visto con una cravatta) Chung appare ancorato a un lessico umanistico, rasserenante, luminoso: amicizia e amici sono le ripetizioni ricorrenti, per raccontare il suo rapporto con l’orchestra. Lei sembra venire prima di tutto.

«Sì, con gli orchestrali mi dicono che parlo troppo. È vero. Succede regolarmente, in tutte le prove. Invece adesso che sono giù dal podio non so proprio che cosa dire». Sornione, accattivante, bisogna rilanciare e stare al gioco. «Questa tournée in Corea, ma anche in Giappone, ha per me un valore tutto particolare. Perché mi sembra di invitare a casa i più cari amici. Quasi come se fosse un fatto privato, uno scambio di amicizia. Certo ha un valore molto forte per me ogni ritorno in patria, fare musica dove sono nato. Ma a rendere speciale l’occasione è proprio la presenza della Filarmonica della Scala: sono i miei amici, ci conosciamo da trentasei anni, e li sento sopra a tutti come i più cari. Perché sin dall’inizio mi hanno capito, come musicista e come uomo».

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Cento amici cari, sottolinea Chung. Non succede spesso di poterne contare un numero tanto alto. E sorride. È sincero, le sue non suonano come dichiarazioni di facciata. Nemmeno di strategia. «È molto raro dirigere un’orchestra e insieme esserne amico. Magari capita di avere un buon rapporto professionale, di ottenere buoni risultati, di essere apprezzati insieme da chi ascolta. Ma tra piacere e amore c’è una grande differenza. Con la Filarmonica c’è amore». Sembra di risentire Carlo Maria Giulini, uno dei padri della Filarmonica, che negli ultimi anni si esprimeva proprio così, astrale, quasi santificato. Myung-Whun Chung, nato sotto il segno dell’Acquario, il 22 gennaio 1953, e che nella sua Seoul chiamano correttamente all’inverso, Chung Myung-Whun, di Giulini è stato assistente, a Los Angeles, quando il direttore era guida principale della Philharmonic Orchestra: «Capace di trasformarla da spettacolare compagine di Hollywood a una duttile compagine cantante». Così spiega l’allora allievo. Ancora devoto. Erano quelle le sue prime esperienze sul podio. Era il 1977. E quel folletto, dalle tipiche fattezze orientali, era stato scelto con acume dal Maestro di stanza a Milano, e che aveva diretto la Callas nella “Traviata” di Visconti. Non aveva avuto alcun dubbio nel prediligere su tante la personalità del ventiquattrenne orientale, con studi alla Juilliard di New York. Ancora molto pianista, tra l’altro, allora. Come confermano gli annali del prestigioso Premio Ciaikovskij di Mosca, nel 1974 al secondo posto arrivò lui. A denti stretti, perché il protezionismo culturale non permetteva un vincitore che non fosse russo.

«In qualche modo fu Giulini a portarmi alla Scala e ancora ne tengo caro l’insegnamento. Proprio per quella misura libera che contagiava. Mi diceva: trova la tua strada. Niente altro. Però nel contempo, mentre preparava l’orchestra, dimostrava di non mettere mai l’arte al di sopra della qualità umana. Sembra impossibile, ma è fondamentale la ricerca di un equilibrio tra professione e etica di vita». Come tasselli di un mosaico preordinato le strade tanto lontane dei due musicisti sembrano confluire nelle attuali impronte scaligere, in particolare ora nei tragitti della Filarmonica. Dal gennaio 2023 Chung è stato fortemente voluto come direttore emerito. In anticipo sulla recente nomina a direttore musicale del Teatro, di cui prenderà le briglie ufficialmente dal 2027. Già dalla prossima inaugurazione di stagione, il 7 dicembre 2026, è previsto la sua presenza da timoniere sul podio, con la direzione di un nuovo atteso “Otello” di Verdi. «Verdi sta al primo posto nei miei progetti per la Scala. Anche se la parola progetti non mi appartiene più, la lascio ad altri: per me quello che conta è fare bene le cose. E appunto negli ultimi vent’anni, grazie anche alla amicizia con Fortunato Ortombina, ho sviluppato un grande amore per Giuseppe Verdi».

Prima a Venezia e ora alla Scala, il sovrintendente Ortombina è stato il grande paladino di Chung. Alla Fenice gli ha affidato le ultime aperture, molti concerti, una festeggiata recente tournée in Corea. E sempre Ortombina figurava tra gli invitati d’onore al taglio del nastro della nuovissima sala da concerti di Busan, il 21 giugno. Nel nuovo polo della musica coreana, ennesima gemma di un Paese che sforna a pieni giri pianisti, cantanti, orchestre e teatri.

Chung tiene la direzione artistica della “Concert Hall” di Busan, 2011 posti, profilo anche visivo spettacolare. Lì farà tappa anche la Filarmonica della Scala, in questa imminente tournée, che scandita in otto concerti vede in agenda il 17 settembre Seoul, ospite dell’imponente Arts Center, nel cuore della capitale, e l’indomani, il 18, appunto Busan. Resa possibile dal sostegno di Allianz, che è sponsor dell’Asian Tour, e del “Main partner” della Filarmonica, UniCredit, la tournée in Asia prosegue dopo le due tappe in Corea facendo scalo in Giappone. Il primo appuntamento è a Sapporo (20 settembre), seguito da due date alla mitica Suntory Hall di Tokyo (22 e 24 settembre), la prima grande sala da concerto della città, costruita nel 1986 e ancora insuperabile per l’acustica. Quindi per la terna finale, strumentisti e direttore si sposteranno alla Mirai Hall di Yokohama (23 settembre), allo Aichi Art Theater di Nagoya (26 settembre) con conclusione a Osaka (27 settembre), nella città gemellata con Milano e nell’ambito di Expo 2025, in corso fino al 13 ottobre. Sui leggii gli scaligeri portano un classico come la Sinfonia dalla “Forza del destino” di Verdi, messo in apertura, seguito dal “Concerto n. 2” di Rachmaninov (meno usurato del celebre “Rach 3”, e più interessante). Con galanteria territoriale se lo spartiscono in Corea il pianoforte di Lugansky, e in Giappone quello di Fujita. Per la seconda parte delle serate la “Sinfonia n.6, Patetica” di Čaikovskij. Unica variante a Tokyo, dove la doppia serata chiede anche il programma raddoppiato, con Quarto Concerto di Beethoven, romanticissimo, e Quarta Sinfonia di Brahms.

Da diciassette anni la Filarmonica non tornava in Asia. Qui, nel 1981, durante la prima storica tournée della Scala in Giappone, capitanata da Claudio Abbado, erano nati i primi germogli del progetto di una compagine sinfonica autonoma rispetto al Teatro, sul modello dei Filarmonici viennesi. Sempre qui si era articolata la prima grande trionfale tournée, nel 1990, diretta da Riccardo Muti, che avrebbe replicato i successi nel 1996, approdando anche in Corea del Sud, per la prima volta della Filarmonica scaligera, e ancora nel 1998, 2002, 2004. L’ultimo viaggio era stato invece condotto da Chung, nel 2008, con tappe in Giappone, Cina e Corea del Sud. Solista allora Lang Lang. Sotto il segno di una nuova era da disegnare, nella geografia della brulicante Asia musicale, si colloca ora questo viaggio: previsto nel 2020, cancellato causa Covid, è stato riprogrammato e riformulato, soprattutto grazie all’impulso di Chung. Allora la direzione musicale della Scala non figurava tra i titoli musicali all’orizzonte: oggi è una realtà. Che, pur nell’indipendenza amministrativa e artistica della compagine orchestrale, non può non riflettersi nel rapporto con il podio. E in un discorso di immagine.

«Perché scendere dal cielo e ricominciare a lavorare?», si interroga celiando il direttore. «Non mi bastava questo bel titolo di direttore emerito della Filarmonica? Non ero già abbastanza felice di fare musica con i miei amici musicisti?». Siamo al momento dei conti, dei confronti, dei bilanci. «Quando lavoravo a Parigi, alla guida della Opéra Bastille, avevo 36 anni. Erano esattamente la metà degli anni che ho adesso. Avevo tanti progetti, tante idee e ambizioni. Adesso francamente non ne ho alcuno. Sono contento di lasciarli agli altri. Per me mi riservo solo due obiettivi: il primo è di portare bene a termine le mie letture musicali, e in particolare Verdi. Amo questo compositore. E amo l’orchestra della Scala. A loro va il mio secondo proposito: sarò pronto ad aiutare in tutti i modi possibili il Teatro e loro, i musicisti. Mi hanno dato fiducia e io credo in loro. Sono un’orchestra speciale, per colore e canto. Alle altre devi sempre dire: Cantate, cantate! Con loro non è necessario, lo fanno naturalmente».

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