Il mio Paese è un ragazzo ribelle
Quattro scrittori, un cantautore, un'artista visiva e un politologo, scelti da “IL” tra i più straordinari talenti della nostra epoca, ci raccontano la loro visione (personale e insieme collettiva) degli Stati Uniti. E ci aiutano a capire, alla vigilia di un appuntamento elettorale forse decisivo, che cosa sia oggi, e che cosa potrebbe essere domani, quel loro grande Paese. Questo è il secondo pezzo di una serie
di David James Poissant
6' di lettura
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Avevo dieci anni quando nei cinema americani è uscito Ritorno al futuro – Parte II. Era classificato PG, Parental Guidance, cioè Bambini Accompagnati, e quindi potevo vederlo; ma era un Bambini Accompagnati del 1989. Secondo gli standard di oggi, il film sarebbe vietato ai ragazzi di 13 anni. Era tutto diverso allora e non avevo pensato molto alla violenza, al linguaggio o ai sottintesi sessuali a quel tempo.
No, mentre scorrevano i titoli di coda e si accendevano le luci, riuscivo solo a pensare all'hoverboard, detto anche volopattino. Se le previsioni del film erano corrette, nel 2015 sarei stato in grado di volare. O perlomeno di planare con classe, di spostarmi su uno skateboard senza ruote che si librava nell'aria. Era un'ottima notizia per un bambino che voleva diventare uno skater professionista ma non sapeva fare un ollie né superare una piccola rampa senza sbucciarsi un ginocchio.
Un hoverboard prometteva di nascondere la mia goffaggine, e se fossi riuscito a tenermi in equilibrio, la tavola avrebbe fatto il resto. Certo, avrei avuto più di trent'anni, ma Michael J. Fox aveva quasi trent'anni ai tempi di quel film, e sembrava ancora uno studente delle superiori, e forse sarebbe stato così anche per me.
Ora, nel 2020, cinque anni dopo il futuro immaginato nel film, ho quarantun anni, non sembro affatto uno studente delle superiori, c'è un pazzo alla Casa Bianca, e non ho ancora un hoverboard. Chi sarebbe stato in grado di predire questo futuro? Kurt Vonnegut, forse, o Philip K. Dick. Forse David Foster Wallace ci era arrivato vicino con Infinite Jest, il ritratto tardo-capitalista di un'America devastata da inquinamento, pubblicità fuori controllo, “Tempo Sponsorizzato”, spettatori che divorano film fino alla morte, e Johnny Gentle, un intrattenitore in disgrazia germofobico che diventa l'improbabile presidente americano in un periodo in cui «gli Stati Uniti si erano chiusi in loro stessi e pensavano esclusivamente alla loro fatica filosofica e ai loro rifiuti maleodoranti con uno spasmo di rabbia terrorizzata che in retrospettiva sembra possibile solo in un periodo di supremazia geopolitica» (così Edoardo Nesi traduceva in italiano questa frase, nell'edizione Einaudi del 2006 del romanzo di D.F.W., ndr).
Parole che sembrano familiari? Da come sta andando il 2020, potremmo anche aspettarci l'invasione dei criceti selvatici descritta nel romanzo. Non avrei potuto prevedere la pandemia del 2020, né l'attuale Amministrazione presidenziale, non dopo gli otto anni apparentemente salutari di Barack Obama. E voglio credere che le cose miglioreranno, che il prossimo anno vedremo il ritorno di una leadership competente, responsabile.





