Nel diffondere il suo messaggio di speranza, Obama ha citato spesso Martin Luther King, Jr. il quale, parafrasando l'abolizionista ottocentesco Theodore Parker, pastore protestante, disse: «L'arco dell'universo
morale è lungo, ma tende verso la giustizia». Ma se è vero, e la giustizia è appena al di là dell'orizzonte, quell'arco non è una parabola. Immagino che la scalata dell'arco verso il futuro somigli di più all'elettrocardiogramma di un paziente con una patologia seria, con picchi e crolli che seguono il battito morale del Paese. In fin dei conti, gli ultimi quattro anni sono stati un unico, terribile crollo per l'America.
In più, chi dice che la promessa di una curva verso la giustizia non sia solo una pia illusione? Vari critici hanno messo in dubbio la veridicità di questa splendente retorica, dimostrando che era del tutto infondata. Come ha scritto il saggista Mychal Denzel Smith in un suo intervento intitolato The Truth About “The Arc of the Moral Universe”,la citazione di King, fuoricontesto, «rischia di essere affiancata al pensiero magico», anche se «non è così che King la intendeva, come è dimostrato dal lavoro a cui ha dedicato tutta la vita».
Smith sostiene, e sono d'accordo con lui, che «la parafrasi porta involontariamente con sé l'effetto di sottintendere che la giustizia sia inevitabile, e a prescindere da cosa facciamo ora, l'arco dell'universo morale alla fine si prenderà cura di noi». Sarebbe una conclusione spiacevole da raggiungere, perché deresponsabilizza gli americani, ci rende indifferenti. Vogliamo i nostri volopattini e li vogliamo ora. Vogliamo giustizia e moralità per tutti, ma dobbiamo mettere in pausa Netflix per lottare fino ad averle.
Perlomeno, possiamo forse ringraziare l'Amministrazione Trump per averci scrollato dalla nostra indifferenza, e dimostrato che “la giustizia”, a prescindere da come la definiamo, non è mai stata inevitabile. Una conseguenza inaspettata degli ultimi quattro anni, e qualcuno potrebbe persino definirla un beneficio, è questa: molti, moltissimi cittadini e legislatori razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi e fomentatori di odio non si nascondono più alla luce del sole. Rassicurati dal tono che l'Amministrazione stessa ha incoraggiato, stanno sputando l'odio che si sono tenuti dentro per tutto questo tempo, un odio che le persone di colore denunciavano da anni, e che gran parte dell'America continuava beatamente a ignorare. Molti di noi erano sicuri che l'elezione di un presidente nero bastasse a segnalare che l'America avanzava verso una confortevole utopia post razziale. Non era mai stato così, e quando il pendolo è tornato indietro, l'ha fatto di colpo, portando con sé un ex personaggio televisivo che aveva fatto fallire sei società pesantemente indebitate, e depositandolo chissà come nello Studio Ovale. E se ci è voluto questo per farci riconoscere chi tra noi è nemico della giustizia, be', non posso certo dire che ne sia valsa la pena, ma almeno abbiamo un'idea più chiara di chi e cosa dobbiamo combattere.
L'America non è un modello di moralità e ultimamente ci siamo resi conto che non lo è mai stata. Il nostro presidente mi imbarazza. Sono mortificato dalla politicizzazione delle mascherine nel bel mezzo di una pandemia, sconvolto dal rifiuto di molti di celebrare il sapere, di riconoscere la scienza. Mi vergogno per i cittadini che hanno votato Donald Trump e per quelli che lo voteranno ancora. Ma non mi vergogno dell'America, non del tutto. Generalizzare è una fiction dannosa, e a volte ancora più dannoso è accarezzare l'idea delle equivalenze morali, come è successo nel 2017 al raduno Unite the Right a Charlottesville, Virginia, quando Trump disse che c'era «bella gente da entrambe le parti», e una parte era formata da suprematisti bianchi e neonazisti.