Il meglio è nemico del bene: così il perfezionismo crea effetti deleteri
Si rischiano comportamenti quali procrastinazione, errata gestione di tempo e risorse, aumento dello stress, ostilità e inazione per paura dell’errore
di Jacopo Benedetti *
5' di lettura
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Non troppo tempo fa ho ascoltato un noto chef vantarsi durante un evento di aver fatto rifare alle persone del proprio team con le quali lavorava da oltre dieci anni uno stesso piatto più di 85 volte, finché non lo ha ritenuto appena sufficiente per essere presentato perché - con una punta di orgoglio e leggera arroganza - “… dai miei pretendo sempre il massimo!”. I casi sono due: o la sorte ha voluto prendersi gioco del povero chef costretto suo malgrado a lavorare insieme a un team di persone negate per la cucina, oppure siamo davanti a una possibile manifestazione di perfezionismo eterodiretto (condito da una serie di altri aggettivi che con tutta probabilità si saranno già affacciati nella mente di chi legge).
Nelle prossime righe proverò a raccogliere alcuni spunti di riflessione proprio sul tema del perfezionismo che spesso, come vedremo, dà origine a comportamenti e stati d’animo tutt’altro che positivi per la persona e le organizzazioni.
Facciamo un passo indietro e proviamo a pensare quante volte abbiamo subito il fascino o l’ansia della perfezione. Paul Hewitt e Gordon Flett distinguono tre dimensioni del comportamento perfezionista: il perfezionismo autodiretto, nel quale l’individuo si pone come primo severo giudice di se stesso e pretende da sé delle performance sempre migliori. Il perfezionismo eterodiretto, in cui l’esigenza è quella di percepire gli altri attorno a sé come perfetti con i medesimi atteggiamenti ipercompetitivi: “se delego o assegno un compito mi aspetto che sia svolto in maniera perfetta”. Infine, il perfezionismo socialmente imposto caratterizzato dalla necessità di sentirsi perfetti agli occhi degli altri, secondo quelle che sono (o si crede che siano) le aspettative della società nei nostri confronti.
Per analizzare e capire meglio queste tre dimensioni del perfezionismo vale la pena ripensare brevemente alle riflessioni di Weber e Durkheim per ricordare che l’agire umano si integra all’interno di un tessuto relazionale e culturale e tanto lo condiziona, tanto ne è condizionato. Le narrazioni sociali ci propongono l’agire perfezionista come ingrediente chiave del successo, spesso sintetizzato in massime quali “volere è potere” oppure “artefici del proprio destino” o ancora “no pain, no gain”.
Credere che ciò che ci accade sia governabile in maniera diretta ed esclusiva dal nostro agire è miope, irreale e delega al soggetto la valutazione, oltre che la totale responsabilità del proprio successo o fallimento. I termini di valutazione che introiettiamo derivano proprio da quelle narrazioni che, in ogni campo da quello sportivo a quello organizzativo, raccontano storie di eroi che attraverso sacrifici, abnegazione, rinunce, ricerca continua della perfezione, costruiscono il proprio successo.








