Tendenze

Il marketing espande l’influenza, così nascono i chief brand officer

Advocacy, partnership e capitale reputazionale ridisegnano la mappa del potere aziendale

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

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Talvolta le grandi organizzazioni dovrebbero ispirarsi alle mosse agili delle startup. Perché in alcuni casi riescono a rivoluzionare il mercato, persino quello paludato dell’industria del latte in polvere per neonati.

È il caso di Bobbie, startup purpose-driven statunitense fondata otto anni fa a San Francisco da Laura Modi e Sarah Hardy. Ci si ispira agli standard europei con meno additivi, tracciabilità completa degli ingredienti e forte attenzione etica e sociale. Obiettivo: sostenere le scelte dei genitori sull’alimentazione dei neonati, promuovendo politiche pubbliche per la genitorialità e la salute materna. «Bobbie sta cambiando l’industria del latte artificiale», ha scritto Time, segnalandola tra le 100 aziende più influenti al mondo in questo 2025. Basti pensare che in soli diciotto mesi dal lancio la startup ha superato i 100 milioni di dollari di fatturato, raccogliendo svariati round di finanziamento per un mercato americano del latte in polvere per neonati che vede una proiezione a 6 miliardi di dollari entro il 2027.

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L’ultima campagna marketing ha fatto sobbalzare l’establishment americano a trazione conservatrice per la scelta di coinvolgere coppie LGBTQ+ e genitori single. Negli spot storie vere di famiglie che si sono scontrate con i tabù sull’allattamento, la creazione di una piattaforma online di supporto per madri lavoratrici con contributi di esperti e il sostegno ai temi di equità sul congedo parentale. Intanto a febbraio di quest’anno la scelta, ripresa da Axios: nominare Kim Chappell come chief brand officer (Cbo). Un profilo ombrello per la manager che qui ha portato avanti partnership con la tennista Naomi Osaka e la cantante Meghan Trainor sulla salute mentale post-partum.

Tutto è marketing

Advocacy, partnership, policy e gestione reputazionale. Il chief brand officer ha un raggio d’azione che va ben oltre il marketing e la comunicazione. È un profilo esteso che diventa brand governance: il marchio come piattaforma culturale, non solo commerciale. Dal Cmo al Cbo: così il marketing inizia a invadere tutti gli spazi interstiziali del brand e sconfina dal classico perimetro per abbracciare il presidio sul capitale reputazionale, affacciandosi anche in altri ambiti preclusi in passato.

Gli esempi si stanno moltiplicando. Boeing ha nominato Ann Schmidt unendo brand e comunicazione in un’unica leadership esecutiva. Ma anche Uber, Crocs e Starbucks lo hanno fatto. Per il colosso della caffetteria eliminare la posizione di Cmo garantisce coerenza di brand su tutti i canali. Intanto per McKinsey un’azienda con executive integrato genera 2,3 volte tassi di crescita. Le realtà in cui il marketing è legato alle decisioni strategiche ottengono 1,4 performance migliori.

Intanto il Cmo Survey Spring 2025 registra come il 6,5% delle aziende preveda titoli “brand-focused” entro i prossimi cinque anni. Un numero timido, ma in crescita. Per Gartner molte realtà sono critiche verso un marketing tattico e insistono sulla necessità di unire posizionamento, scelte tecnologiche e strategia aziendale. «I confini si sono dissolti e ogni touchpoint comunica identità perché il brand oggi non è solo messaggio, ma un ecosistema narrativo che attraversa cultura, tecnologia e strategia. Se il marketing resta confinato alle campagne, perde presa sul racconto complessivo. Per questo le aziende integrano branding e decisioni strategiche, creando ruoli come il Cbo, figure capaci di presidiare il capitale reputazionale e guidare la visione, non solo l’esecuzione tattica», afferma Riccardo Milanesi, docente di transmedia storytelling e Ia all’Università la Sapienza di Roma e alla Scuola Holden di Torino.

Coerenti, non inconsistenti

Tutto passa dalla coerenza narrativa, evitando di snaturare il brand. «Il transmedia funziona con tre regole: coerenza identitaria, specificità del medium e molteplicità dei punti d’ingresso. Ogni piattaforma deve espandere il mondo narrativo del brand offrendo esperienze complementari, non repliche. La chiave è la regia strategica che bilanci libertà espressiva e coerenza complessiva, evitando l’effetto patchwork di messaggi disallineati e inconsistenti. Nell’allargare bisogna prestare attenzione al rischio di frammentazione, all’ipertecnologizzazione e alla perdita di autenticità», dice Milanesi. In fondo l’identità va difesa tanto nei dettagli quanto nelle scelte di fondo. «Non basta esserci ovunque, è necessario curare il significato. La governance narrativa deve saper modulare visione e adattabilità, anticipare i rischi reputazionali e mantenere coerenza in un ambiente sempre più instabile e competitivo. Ogni promessa deve essere mantenuta, altrimenti si genera dissonanza che erode fiducia più velocemente di quanto le campagne possano costruirla», precisa Milanesi.

Capitale reputazionale

Lo ha scritto anche Forbes in America poche settimane fa in un pezzo dal titolo eloquente: il brand è leadership. Perché il marketing allargato richiede fiducia, chiarezza, visione, superando i silos rispetto al passato e lavorando sul capitale reputazionale. «Dopo anni di cannibalizzazione dei brand per macinare numeri a qualunque costo, il marketing sta cercando risposte a domande che il reputation management si pone da decenni: coerenza tra l’identità, ciò che siamo realmente, e immagine, come appariamo all’esterno, uniformità del messaggio sui vari canali, e anche previsione e mitigazione del rischio, sono tutti temi la cui gestione è imprescindibile se si desidera costruire valore per un brand a medio-lungo termine», afferma Luca Poma, professore di reputation management all’Università Lumsa di Roma e autore di “Crush reputation”.

L’ambizione è sempre preservare il capitale reputazionale. «Le aziende esistono per vendere, questo è certo, ma non bisogna fare utili a qualunque costo, se questo significa creare i presupposti per distruggere capitale reputazionale, che è il primo intangibile nel bilancio di un’azienda. D’altronde i brand vivono in ecosistemi complessi e la gestione della reputazione non può fare eccezione», conclude Poma.

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