Cassazione

La lite sulla chat delle mamme diventa diffamazione via social

L’invito sulla chat delle mamme a portare via il figlio vivace dalla festa non è un fatto ingiusto e non scrimina le offese via social della madre della piccola peste

di Patrizia Maciocchi

Lavorare ed essere madre, binomio sempre piu' complicato in Italia

2' di lettura

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Indelicata e insensibile, oltre che dedita «ad estorcere qualche soldo per nuove dimore o serate tra banchetti e alcol». Sono le considerazioni, non proprio gentili, che una madre ha affidato ai social come reazione all’invito, ricevuto sulla chat delle mamme, ad andare “in fretta” a prendere suo figlio per portarlo via da una festa. La ragione dell’Sos, non specificata nel messaggio, stava nella vivacità del bambino diventato ospite “sgradito”.

La madre della “piccola peste” non l’ha presa affatto bene. E la sua reazione è finita all’attenzione dei giudici, con un verdetto di condanna per diffamazione in Corte d’Appello, reato confermato dalla Cassazione, che riconosce però la particolare tenuità del fatto negata dalla Corte territoriale. Il reato però c’è. E il ricorso della signora, che puntava ad un’assoluzione piena viene respinto, salvo per quanto riguarda la punibilità.

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Non è un fatto ingiusto non tollerare troppa esuberanza

Motivo della guerra tra donne la troppa esuberanza ad una festa tra ragazzini del figlio dell’imputata, che aveva indotto la padrona di casa a chiedere alla madre di andarlo a recuperare. L’imputata aveva giustificato la sua reazione affidata a Facebook, con il panico provato nel leggere la chat dove non veniva spiegata la ragione - neppure dopo che era stata espressamente richiesta - dell’impellenza di prelevare il bambino dal party. Secondo la donna il figlio era stato offeso e lei gettata nella preoccupazione più nera, per questo quanto scritto sulla bacheca Facebook doveva essere considerato la reazione ad un fatto ingiusto. Ma i giudici non sono d’accordo. Certamente la frase incriminata è diffamante perché non solo la mamma, rea di aver perso la pazienza, veniva accusata di essere insensibile e indelicata ma si ipotizzava anche una sua scorrettezza nel chiedere soldi per banchetti ed alcool. Ed è altrettanto sicuro - spiega la Cassazione - che la condotta della vittima non poteva essere considerata ingiusta «non potendo ritenersi tale - si legge nella sentenza - l’eventuale richiesta di contenimento della estrema vivacità del figlio dell’imputata, suo ospite, né la richiesta di portalo via dalla festa che si teneva in casa della vittima, né essendo provato, infine, che costei lo abbia in qualche modo offeso».

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