«È crisi umanitaria in Libano: migliaia di persone costrette a cercare rifugio in Siria»
Marco Perini, operatore umanitario di Avsi, racconta le drammatiche conseguenze della guerra in Libano e lancia un appello per la campagna di aiuti Hope for Lebanon
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I punti chiave
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«Non giudico le ragioni della guerra di Israele contro Hezbollah: non è il mio lavoro. Giudico, però, le conseguenze di questa guerra: circa 2mila morti civili in Libano, migliaia di feriti, 1,2 milioni di persone costrette a abbandonare le proprie case. Anche adesso, mentre stiamo parlando, gli abitanti di 29 villaggi hanno ricevuto l’avviso da parte dell’Idf (l’esercito di Israele) che se si spostano rischiano la vita. Tutto questo è inaccettabile».
A parlare è Marco Perini, responsabile delle attività in Medio Oriente e Nord Africa per Avsi, Ong italiana con la quale ha maturato una lunga esperienza nell’ambito della cooperazione umanitaria e dello sviluppo internazionale: prima per 7 anni in Ruanda all’indomani del genocidio poi in Libano, dove risiede e lavora da 17 anni.
La sconfitta della diplomazia
Le operazioni avviate da Israele nel sud del paese, per decapitare i vertici di Hezbollah e ricacciare oltre la linea del fiume Litani il Partito di Dio, stanno precipitando il Libano e i suoi abitanti in un incubo reale, già vissuto numerose volte negli ultimi decenni, a cominciare dalla sanguinosa e distruttiva guerra civile del secolo scorso passando per le successive guerre con il vicino Stato ebraico. «Sono giorni che trascorriamo buona parte della notte con nelle orecchie il boato delle bombe e a osservare i bagliori delle esplosioni. Israele sta violando il diritto internazionale, quello umanitario e quello territoriale, con la complicità di mezzo mondo e nell’indifferenza pressoché generale. Viene da chiedersi fino a quando».
A più riprese, Idf e membri del governo guidato dal premier Benjamin Netanyahu hanno parlato di “operazione limitata”, ma l’impressione di trovarsi di fronte a un nuovo eufemismo che si aggiunge a quello di “effetti collaterali” per definire le vittime innocenti delle azioni militari si sta facendo strada nella comunità libanese. «Certo che l’auspicio di tutti è che si tratti davvero di una operazione limitata. È chiaro che ci auguriamo che sia limitata. Ma non dimentichiamo che è un anno che Hezbollah e Israele sono di fatto in guerra tra loro e che noi conviviamo con il rumore dei bombardamenti e il ronzio dei droni sulla testa. In questo scenario si può già individuare un grande sconfitto: la diplomazia».
La fuga dei disperati
Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha esortato i connazionali a lasciare il Libano. Molti hanno accolto l’invito, ma altri hanno deciso di restare. Perini spiega cosa ci sia dietro a questa scelta non facile: «Il nostro non è solo un lavoro o un’esperienza professionale. Se così fosse me ne sarei già partito insieme alla mia famiglia con il primo volo disponibile. Quello che stiamo facendo - insieme a me in Avsi ci sono altri quattro colleghi italiani, un belga e un centinaio di libanesi - è qualcosa di più importante di un lavoro: è una testimonianza, una forma di condivisione, è la speranza di poter fare qualcosa. È riconoscenza nei confronti di un paese che mi ha accolto 17 anni fa. Ammetto, però, che la fatica dal punto di vista umano è grande».









