Il lavoro “tecnico” non esiste più, ma sarà il lavoro del futuro
di Lorenzo Cavalieri *
4' di lettura
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Recentemente durante una sessione di coaching un Cio (Chief information officer, il manager responsabile dei sistemi informativi di un’azienda) mi ha confessato: «È incredibile, un uomo di estrazione informatica come me svolge ormai quasi soltanto mansioni ad alta intensità relazionale e creativa, mentre vedo brillanti trentenni laureati in discipline umanistiche, artistiche, creative che per lavoro sono invece “costretti” a smanettare in modo ripetitivo ed alienante su un software».
Queste parole mi hanno portato a riflettere su quanto ormai alcune tipiche classificazioni di ruolo e di inclinazione («se sei fatto così devi dedicarti ad un certo tipo di studi per fare un certo tipo di lavoro») siano ormai obsolete rispetto al nuovo mondo del lavoro. Non sono solo considerazioni “sociologiche”, diventano molto concrete e personali nel momento in cui questi stereotipi orientano le nostre scelte, di studio prima e di carriera successivamente.
Analizziamo uno dei principali stereotipi con un esempio: un albergatore ha tre figli. Il primo introverso e con spiccate attitudini analitiche si dedicherà a studi tecnici per poi prendere in mano la gestione amministrativa/finanziaria e logistica dell’albergo. Il secondo, con venature “artistiche”, si dedicherà a studi umanistici, per poi occuparsi di tutti gli aspetti legati alla comunicazione, al marketing, agli eventi dell’hotel. Il terzo, estroverso e amante della convivialità, studierà “il giusto”, per concentrarsi il più possibile sulla gestione delle relazioni con gli ospiti della struttura.
Nel nuovo mondo del lavoro queste associazioni tra personalità, ambiti disciplinari e tipologie di attività perdono di significato. Con la globalizzazione e la crescita esponenziale del supporto tecnologico al lavoro umano infatti stanno venendo meno due classici paradigmi del passato:
1) si possono svolgere mansioni creative e “relazionali” senza avere particolari competenze tecniche;
2) chi ha una forte specializzazione tecnica è escluso dal perimetro delle mansioni creative e di quelle “relazionali”.








